Recensioni

Zathura, Jumanji nello spazio


Visto con Riccardo, 9 anni

Zathura, Jumanji nello spazio

Un clone fantascientifico del precedente film con Robin Williams, meno avventuroso e più cupo

di Demis Biscaro 1/04/2016

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Danny e Walter sono due fratelli, di sette e dieci anni, che non vanno propriamente d’amore e d’accordo. La loro situazione famigliare non è delle migliori: papà e mamma hanno divorziato da poco e la sorella sedicenne Lisa (Kristen Stewart) è troppo immersa nella sua adolescenza per interessarsi a loro. Un pigro sabato pomeriggio, mentre il padre è uscito per motivi di lavoro, Danny trova in cantina Zathura, un vecchio gioco da tavolo di ambientazione spaziale, ma appena inizia a giocarci una pioggia di meteoriti devasta il salotto e tutta la casa viene trasferita in blocco nelle vicinanze degli anelli di Saturno. Per ripristinare la normalità è necessario portare a termine la partita ma a ogni mossa la situazione non fa che peggiorare.

Diretto da Jon Favreau (regista dei primi due film di Iron Man) Zathura apppare fin da subito come un clone di Jumanji, fatta salva l’ambientazione spaziale e un’estetica più cupa. Non a caso l’autore del libro da cui è tratto il film è lo stesso Chris Van Allsburg che ha scritto anche Jumanji.

Questa volta al cuore della storia non c’è un moto di ribellione di un preadolescente nei confronti dei genitori o l’imminente passaggio all’età adulta, ma un rapporto conflittuale tra fratelli, anche se la crisi è esasperata dal divorzio dei genitori. Attraverso il gioco Danny, Walter e, in misura minore, Lisa impareranno che di fronte alla difficoltà della vita è necessario fare squadra e superare le reciproche ostilità in vista di un obiettivo comune. Perché “ci sono giochi che non si possono giocare da soli” e in una stuazione estrema ciascuno si deve assumere le proprie responsabilità, tollerando le mancanze altrui e ammettendo i propri sbagli.

Laddove Jumanji era ravvivato da un’atmosfera fracassona e sovraccarico di creature di ogni tipo, in Zathura, complice anche la collocazione della casa dei protagonisti nelle vuote e buie distese interstellari, si respira invece un’aria di oscura minaccia incombente e spesso in scena vengno lasciati i due fratelli da soli, a litigare o a confrontarsi con le proprie paure. Certo non mancano le parentesi divertenti (Kristen Stewart che scivola giù dalle scale completamente congelata…) ma la comicità delirante di Jumanji è solo un vago ricordo. Zathura si inscrive semmai nella dimensione di un sogno d’infanzia inquietante e surreale, che a tratti sconfina nell’incubo.

Anche questa volta però le incongruenze non mancano e fanno capo ancora una volta a dei paradossi temporali irrisolti. E in aggiunta non è neppure chiara l’origine del gioco: che ci faceva in cantina? Chi lo aveva messo lì? Apparteneva a uno dei genitori dei ragazzi? Non è dato saperlo.

Avendo visto da poco Jumanji, Riccardo ha accolto con grandi aspettative questo clone spaziale ma poi è rimasto un po’ meno soddisfatto. Il principio dell’accumulo di sventure via via sempre più devastanti ha funzionato ancora benissimo ma la scarsità di gag comiche e soprattutto una componente avventurosa dreasticamente ridimensionata (i protagonisti sono per forza di cose confinati nella casa) hanno reso la visione meno coinvolgente, nonostante l’ambientazione fantascientifica, particolarmente apprezzata da mio figlio. Non c’è niente da fare, alla fine il buon vecchio Robin Williams la spunta sempre…

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