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Zambezia, il volo dell’Africa


Visto con Alex, 3 anni

Zambezia, il volo dell’Africa

Il primo film realizzato dalla Tiggerfish Animation di Cape Town in Sud Africa non ha nulla da invidiare alla concorrenza americana ed europea sia per qualità dell'animazione e sia per profondità della storia. Attenzione ai paesaggi, sono altamente spettacolari

di Karin Ebnet 6/02/2013

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Kai è un giovane falco allevato e addestrato severamente dal padre iperprotettivo che lo ha cresciuto lontano dagli altri uccelli e dai pericoli del mondo. Quando il giovane scopre però l’esistenza di Zambezia, una città sorta nel tronco di un baobab su una cascata, vuole assolutamente andarci, così da poter entrare nella squadra dei Cicloni, i guardiani dell’aria e protettori della pace in quello che per i volatili è un paradiso sicuro. Per questo fugge dal padre e da un passato che non conosce per buttarsi con entusiasmo in un futuro pieno di insidie e pericoli, un futuro dove potrà finalmente conoscere la verità e imparare i propri limiti.
Zambezia è il primo lungometraggio dell’africana Tiggerfish Animation (ha sede a Cape Town), che ha preso ispirazione da altri film d’animazione per confezionare un’opera d’ampio respiro che colpisce lo spettatore come il mal d’Africa. Il padre iperprotettivo e il figlio ribelle ricordano Alla ricerca di Nemo, la squadra dei guardiani del cielo rammentano Il regno di Ga’Hoole e alcune scene di lotta ma anche i vasti e meravigliosi paesaggi riportano alla mente Il re leone. Il tutto però viene mescolato alla perfezione da un’animazione (anche in 3D) di alto livello che non ha nulla da invidiare alle più rinomate Pixar e DreamWorks.
Tanti e importanti anche i messaggi che lancia ai giovani spettatori, che vengono stimolati su alcuni temi fondamentali come il rapporto padre-figlio, la fiducia, il lavoro di squadra e la possibilità di concedere una seconda possibilità, a tutti, anche a chi viene considerato cattivo. Kai, come qualunque adolescente, sente la necessità di lasciare il nido e volare libero, ma tocca ai genitori, in questo caso al padre, indicargli la via, o per lo meno, dargli tutti gli strumenti necessari affinché sia in grado di affrontare i pericoli che incontrerà sulla sua strada. Il loro rapporto, ma anche quello con gli altri uccelli, si basa sulla fiducia, pasta malleabile con la quale è però possibile costruire un solido rapporto – e una solida città – che affonda le sue radici nella comunione di intenti (tutti felici e al sicuro) e nell’amore reciproco. L’intraprendenza giovanile compensata dalla saggezza di chi ha più esperienza, l’eccessiva prudenza equilibrata dal coraggio: uno non può esistere senza l’altro. Un’unione che si rivelerà decisiva nel momento del bisogno, quando il grosso baobab verrà attaccato dalla malvagia lucertola Budzo e solo insieme tutti gli uccelli potranno rendere vana la sua caccia. C’è spazio anche per la comprensione a Zambezia, che aprirà le porte persino ai Marabù, considerati fino a quel momento degli uccelli meschini e per questo emarginati ma in realtà affamati e soggiogati da chi è stato capace di trasformare il loro risentimento in sete di vendetta.
Alex è rimasto molto colpito da Zambezia, dal “più bel nido per un uccello che ha visto mai nella vita”, dai colori africani che arricchiscono la pellicola e dai paesaggi che gli si sono aperti sullo schermo permettendogli di librarsi in volo insieme a Kai. Mi ha fatto molte domande sulla mancanza della madre del giovane falco e sul perché il padre sembra così “spaventato”. Ed era visibilmente orgoglioso quando Kai è entrato nella squadra dei Cicloni, dimostrando così di essere un vero supereroe alato (per Alex in questo periodo tutto si valuta con il metro dei supereroi che guarda in tv e che lo fanno sentire molto coraggioso).

 

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