Recensioni

Wolverine l’Immortale, dal Giappone con furore


Visto con Valentina, 15 anni

Wolverine l’Immortale, dal Giappone con furore

Gli artigli di Wolverine tornano a lacerare lo schermo e l'eroe più celebre degli X-Men finisce in Giappone alla ricerca di se stesso. Ma troverà molto di più, sempre che possa vivere abbastanza per raccontarlo, visto che in gioco c'è la perdita del suo più grande potere: l'immortalità.

di Francesco Argento 24/07/2013

0

http://www.movieforkids.it/wp-content/uploads/2013/07/wolverine-recensione.jpg

Gli artigli di Wolverine tornano a lacerare lo schermo. Creato nel 1974 dalla matita di Herb Trimpe come avversario di Hulk, e poi assoldato nelle file degli X-Men, il mutante è arrivato al cinema da protagonista assoluto per la prima volta nel 2009 con X-Men le origini: Wolverine e oggi, dopo quattro anni, è il momento del secondo capitolo. Nativo del Canada, James “Logan” Howlett (notare che howl in inglese significa “ululato”) è rozzo nell’aspetto, con canottiera e peluria in bella vista, ed è dotato di superpoteri molto particolari come il fattore rigenerante (healing factory), ovvero la capacità di guarire da tutti i tipi di ferite abbinata ad uno scheletro di adamantio, stupefacente lega metallica che si estende sino ai letali artigli retrattili, marchio di fabbrica del personaggio. Se il primo film, uscito in pieno boom dei prequel, scavava nel passato del personaggio, oggi siamo di fronte a un capitolo più intenso, ispirato a una miniserie a fumetti del 1982 di Chris Claremont e Frank Miller. L’arco narrativo si rivela subito più emotivo che avventuroso, con al centro i tormenti e le sofferenze dell’eroe. E – non a caso – ci siamo dimenticati del prefisso “super”. Il regista, James Mangold, è capace di passare con disinvoltura e personalità dal biopic sul cantante Johnny Cash al remake western di Quel Treno per Yuma e affronta con impegno la sfida “mutante” con un tocco narrativo e visuale da fumetto primi anni 90, allineato al grande rilancio del genere supereroistico che ha caratterizzato quel periodo, quando moriva Superman e a Batman gli spezzavano la schiena.
In questo nuovo film Wolverine, interpretato da sempre dall’australiano Hugh Jackman, vive una sorta di eremitaggio, passa notti insonni popolate da incubi e ricordi angosciosi della sua amata e defunta Jean Grey e vaga per i boschi in compagnia di orsi.  Definirlo psicotico, asociale nonché trascurato nell’aspetto è un complimento. Ma qualcuno lo sta cercando e, ci mancherebbe, lo trova. È Yukio (Rila Fukushima, ex modella e curatrice dell’incredibile blog ultrabloggers.jp) nel film nipote adottiva di Shingen Yashida, un soldato giapponese salvato da Wolverine durante la II guerra Mondiale e oggi magnate dell’industria biogenetica. Yashida, oramai morente, vuole sdebitarsi con Logan regalandogli quello che sembrava impossibile: la mortalità, diventare un uomo qualunque, un mortale come tutti gli altri per poter vivere – e morire – da essere umano. Potrebbe essere la via giusta per l’eroe per porre fine a tutti quegli incubi, rimpianti, rimorsi e disperazione diventati unici protagonisti della sua vita.
Ma non è così semplice. Yukio, sorta di manga in carne e ossa diventata subito uno dei personaggi preferiti di Valentina che ne studia look e movenze quasi prendendo appunti, convince Logan a seguirlo in Giappone, ma lì cominciano i guai, quelli veri. Mafia orientale, eredità contese, la bella principessa Mariko (la top model Tao Okamoto), guerrieri Ninja, una cattivissima e fatalona scienziata/mutante (Svetlana Khodchenkova), donna vipera di nome e di fatto, il robot Silver Samurai e un Wolverine sempre più vulnerabile rendono la partita molto difficile da giocare per chi sta dalla parte dei buoni. E anche individuare chi sono veramente i buoni è un esercizio complicato.
Wolverine l’Immortale è un film che non delude ma spiazza un po’ anche gli amanti del genere e spiazza pure mia figlia la cui visione dell’Universo Marvel è legata a trame più fantasiose e congegnate (Iron Man), a volte maestose ed epiche (Thor, Avengers). La sensazione è che la figura del supereroe cinematografico smarrito e tormentato, accettata come naturale in Batman e applicata con arguzia all’ultimo Superman,  sia oggi più una deriva che una tendenza e che, alla lunga, le angosce esistenziali alternate a esibizioni muscolari possano un po’ stancare. Non a caso quelle, rare, battute di cinica ironia che fanno venir fuori l’anima rude e irriverente del personaggio strappano liberatori sorrisi, e non solo a me e a mia figlia. A dare valore aggiunto al film ci pensa l’ambientazione giapponese, affascinante, dai colori accesi e seducenti con un cast orientale di tutto rispetto e una Tokyo by night che cattura lo spettatore. Il Sol Levante è uno dei miti dei teenager di oggi e l’estetica giapponese, sia pop che tradizionale, fa salire il livello di attenzione di Valentina, che mostra soddisfazione nel constatare che il Giappone raffigurato è rispettoso del suo immaginario ma anche della realtà, così come la conosce attraverso documentari e servizi tv (il vero messaggio è: papà quando andiamo in Giappone?, ma questo è un altro argomento).
Wolverine è un supereroe atipico, un soldato senza più una missione, ovvero un Ronin come definiscono i giapponesi i samurai rimasti senza padrone e quando, finalmente, trova un obiettivo per cui combattere lo fa anche fino alla morte, pronto al martirio, quasi una sorta di furioso San Sebastiano, il santo ex soldato trafitto da mille frecce (paragone azzardato? Prima vedete tutto il film e poi ne riparliamo).
La perdita dei poteri, il ruolo dell’eroe, non sono certo una novità nel mondo supereroistico ma qui vengono affrontati da un punto di vista diverso, nel tentativo - tutto sommato riuscito vista la reazione positiva di mia figlia – di comunicare la necessità di uno scopo nella vita, e del rischio di abbrutimento che si nasconde nella routine, un rischio che può generare una noia mortale. Anzi, immortale.
Vorrei chiudere con due parole sul 3D. Più vedo film e più continuo a trovarlo non necessario, a volte superfluo. Nel caso di Wolverine credo che la bidimensionalità pittorica in alcuni casi avrebbe potuto rendere più giustizia ad alcune scene di ambientazione giapponese, sia quelle urbane che quelle, più inedite, del Giappone rurale.

Vai alla scheda Cinema
Vai alla scheda Home Video

© Riproduzione riservata


This entry was posted in Senza categoria on .

Inserisci un Commento