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Willow, il coraggio di essere sé stessi


Visto con Riccardo, 7 anni

Willow, il coraggio di essere sé stessi

Una storia di formazione classica, ricca di messaggi positivi, spettacolare e avvincente. E con una vena ironica che farà la gioia degli spettatori piú grandi

di Demis Biscaro 27/11/2013

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Quando una profezia annuncia alla perfida regina Bavmorda che una bambina rovescerà il suo dominio, la strega fa imprigionare tutte le donne gravide del regno allo scopo di impadronirsi della neonata e di esiliarne l’anima con un rito di magia nera. Grazie alla pietà di una levatrice la piccola viene però fatta uscire di nascosto dal castello e affidata alle acque di un fiume. Finirà tra le braccia di Willow Ufgood, un Nelwyn (un nano), cui toccherà l’arduo compito di riportare la piccola sana e salva dalla sua razza, i Daikini (gli umani). Lo aiuteranno nella difficile impresa Martmartigan, guerriero donnaiolo e mascalzone, la strega buona Fin Raziel e persino Sarsha, la figlia di Bavmorda.
Se è pur vero che i debiti del film nei confronti del Signore degli Anelli non si contano, lo spirito che lo anima è assolutamente agli antipodi rispetto a quello del romanzo. L’afflato epico è sostituito da una vena ironica che vivacizza la materia trattata, spogliandola della sua dimensione mitica a favore di un tono fiabesco e in certa misura gustosamente picaresco. Duelli, battaglie, inseguimenti, magie, nani, gnomi, fate, streghe, draghi, troll, scheletri, incantesimi, tradimenti si susseguono ininterrottamente per oltre due ore sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, ripresi con mano sicura da Ron Howard e incorniciati da una colonna sonora che vanta un tema principale indimenticabile.
Gli effetti speciali (curati dalla Industrial Light and Magic di George Lucas) mescolano make-up, costumi e tecniche animatroniche a moderni effetti digitali tra cui il primo morphing della storia del cinema. A 25 anni di distanza qualche sbavatura si nota (“I troll sembrano delle scimmiette pelose con la bocca da coccodrillo” ha sentenziato impietosamente Riccardo) ma nel complesso gli effetti hanno retto bene il trascorrere del tempo.
La storia nella sua essenzialità è un classico racconto di formazione in cui le tappe del viaggio segnano anche l’evoluzione del piccolo protagonista. Dapprima poco fiducioso di sé ma animato da una profonda aspirazione a cambiare la propria vita, Willow dà via via prova di coraggio e di altruismo mettendo in campo una straordinaria forza di volontà, capace di compiere magie e prodigi e di convertire al bene anche chi da principio si era schierato in campo opposto. Una storia ottimistica dunque e ricca di messaggi positivi che non cela però gli aspetti più drammatici della lotta contro le forze del male (alcuni dei comprimari moriranno nella battaglia finale).
Riccardo è rimasto letteralmente incollato allo schermo per tutta la durata del film e durante alcune scene più tese era talmente coinvolto che temeva che la bambina si mettesse a piangere e rivelasse ai soldati di Bavmorda il nascondiglio dei protagonisti. Uno dei momenti chiave è stato l’ingresso in scena del terribile generale Kael, con la sua armatura nera e la visiera dell’elmo realizzata con un teschio. Riccardo ha spalancato tanto d’occhi e ha sospirato: “Oooooooooooh, che bellooooooooooo”.
Inspiegabilmente, da ragazzino il film non mi aveva impressionato più di tanto. Ne conservavo un ricordo sbiadito incentrato unicamente sulla sequenza (stupenda) in cui Willow e Martmartigan scendono da una montagna innevata a dorso di scudo. Questa volta invece con mio figlio ci siamo divertiti moltissimo e siamo letteralmente saltati sul divano urlando e ridendo quando una delle due teste di un gigantesco drago sputafuoco esplode in mille pezzi dopo che Martmartigan ne aveva bloccato la bocca con la spada impedendo alle fiamme di uscire.
A Willow spetta un posto d’onore nella filmografia per ragazzi per la ricchezza delle sue componenti più avventurose e per l’importanza dei temi trattati. E sarebbe davvero bello poterlo rivedere ancora una volta sul grande schermo in tutta la sua spettacolarità.

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