Recensioni

Wallace & Gromit, plastilina, humor e tanta fantasia


Visto con Riccardo, 6 anni

Wallace & Gromit, plastilina, humor e tanta fantasia

Tre originali e divertenti avventure imbevute di una garbata comicità adatta a tutta la famiglia e con alcune sequenze d'azione da antologia

di Demis Biscaro 13/12/2012

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Wallace è un inventore inglese pasticcione, sempre con la testa tra le nuvole ma non privo di un certo genio. A fargli compagnia (e a toglierlo dai guai!) ci pensa Gromit, il suo inseparabile cane tuttofare a cui manca solo la favella per entrare a pieno diritto nel consorzio umano, dal momento che sfoggia intelligenza e abilità degne del miglior ingegnere.
Nel primo episodio (Una gita fantastica) Wallace e Gromit costruiscono un razzo per andare sulla Luna a prendere del formaggio (di cos’altro è mai fatta la Luna?!) da mangiare coi crackers. Incontreranno uno strano marchingegno, una specie di pattumiera ambulante che Riccardo chiamava “la stufa con gli sci”, che sogna le discese innevate delle montagne terrestri.
Il mondo di Wallace & Gromit si contraddistingue fin da questo cortometraggio d’esordio per un’atmosfera pervasa da una comicità ovattata, un quieto ed efficace umorismo non verbale che scaturisce da un’oculata gestione dei tempi comici e dal gioco di sponda tra i due protagonisti, in cui l’espressività del cane, in bilico tra il rassegnato e il corrucciato, fa da specchio alle idee bizzarre e ai comportamenti strampalati del suo padrone umano. Non manca anche qualche gag di stampo piú tradizionale (Gromit lancia in aria la palla mentre sono sulla Luna e la palla non scende piú) ma i momenti comicamente più riusciti sono altri.
In questa realtà i vincoli più strettamente materiali sono spesso aggirati grazie ad un tocco di creatività fiabesca dal retrogusto surreale che, solleticando abilmente la sospensione dell’incredulità dello spettatore, si apre con naturalezza alla possibilità che il fantastico e il meraviglioso siano a portata di mano, e che basti un pizzico di ingegno e buona volontà per riuscire a coglierli (si pensi all’idea di andare sulla Luna a prendere il formaggio o alla costruzione del missile con tavole e lamiere inchiodate). Se a ciò si aggiunge una perizia tecnica di prim’ordine nella realizzazione dei pupazzi in plastilina e nella gestione dello stop motion il risultato è un prodotto sorprendentemente gradevole e originale nonostante l’esiguità della storia.
Nel secondo episodio (I pantaloni sbagliati, premiato con l’Oscar al miglior cortometraggio d’animazione nel 1994), Wallace, per racimolare un po’ di quattrini, affitta la stanza di Gromit ad un pinguino che ordisce diabolici piani nascondendosi dietro una facciata di apparente cordialità. Qui la vena comica si sposa con una trama noir che fa il verso al genere declinandone opportunamente i canoni in chiave infantile (il pinguino si traveste da gallo semplicemente infilandosi un guanto rosso di lattice in testa a mo’ di cresta) e accarezzando con levità temi di un certo spessore come la fiducia reciproca e l’importanza dell’amicizia. Ma ciò che lascia letteralmente a bocca aperta è l’inseguimento finale a cavallo di un trenino giocattolo attraverso le stanze della casa dei due protagonisti: una sequenza d’azione che toglie il fiato, girata e montata in modo superbo ed irresistibilmente divertente.
Infine nell’ultimo episodio (Una tosatura perfetta, Oscar nel 1996), il tono noir si contamina con una sottotrama romantica che vede coinvolti Wallace e la proprietaria di un negozio di filati che traffica in modo poco pulito con i greggi di pecore. Anche in questo caso le sequenze d’azione sono da antologia e una cura speciale viene prestata alla rappresentazione dei macchinari industriali automatizzati, molto simili a quelli che compariranno in seguito nel celebre lungometraggio di Nick Park Galline in fuga.
I cortometraggi di Wallace & Gromit non hanno l’ambizione di trasmettere particolari messaggi morali ma centrano in pieno l’obiettivo di intrattenere e divertire gli spettatori di ogni età in modo insolitamente arguto. Riccardo ha guardato tutti e tre gli episodi consecutivamente, entusiasmandosi via via sempre di più alle disavventure dei due beniamini. L’apoteosi però si è avuta nel terzo cortometraggio quando ha fatto la sua comparsa la pecora Shaun, protagonista di una serie animata che lui conosce benissimo già da tempo. Inutile aggiungere che si è divertito un sacco tanto che al termine dell’ultimo episodio mi ha chiesto: “Possiamo vederli anche domani?”.
A questo punto la questione che si pone è chiara: perché mai nel terzo millennio dovremmo mettere i nostri bambini davanti a dei pupazzetti di plastilina dalle forme approssimative e dai movimenti irregolari quando ci sono a disposizione coloratissime e fluidissime animazioni realizzate in computer grafica o con il disegno tradizionale? Forse perché, nonostante non ci siano evidenti intenti educativi, rimane indelebile la sensazione che i cartoni della Aardman per certi versi addolciscano l’animo, lasciandolo meno spigoloso e più leggero e che siano un’espressione della fantasia radicalmente alternativa a quella delle produzioni delle grandi major (Disney e Dreamworks su tutte), meno frenetica e fracassona ma altrettanto vivace e spassosa.
O più semplicemente perché le animazioni di Wallace & Gromit sono come la cioccolata calda quando fuori piove, o una valentina nella buca delle lettere il 14 febbraio. Cose così, di cui si può benissimo fare a meno, ma che se non le avete provate almeno una volta, be’, allora forse vi siete davvero persi qualcosa.

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