Recensioni

Vicky, il vichingo furbo


Visto con Marco, 4 anni

Vicky, il vichingo furbo

Una serie dal sapore europeo che riesce a essere allo stesso tempo intellettualmente stimolante e assai divertente

di Luca Maragno 18/04/2013

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Il figlio del capo di un villaggio vichingo è debole e mingherlino ma furbo come una volpe e assai intelligente. Sembra Dragon Trainer, uno degli ultimi (e più riusciti, leggi la recensione) film Dreamworks ma non lo è: si tratta di Vicky il vichingo, serie tv nata da una coproduzione tedesco-giapponese nel 1974 e da cui è facile supporre che Cressida Cowell, l’autrice dei libri da cui è stato tratto Dragon Trainer, si sia certamente ispirata per la sua saga a base di vichinghi e draghi.
La serie di Vicky, tratta da libri per bambini degli anni ’60 dello scrittore svedese Runer Johnsson, è notissima soprattutto in Germania, dove è stato realizzato perfino un film live action nel 2009 mai distribuito nel nostro Paese, sulla falsariga di Asterix e Obelix, e perfino una riedizione in computer grafica nel 2011.
L’originale, però, rimane ancora oggi un esempio di cartone animato dal gusto europeo perfetto per i bambini in età prescolare e in grado di divertire molto anche gli adulti.
Vicky è un ragazzino di circa 10 anni dai capelli rossi che diviene famoso nel suo villaggio di Flake grazie alle geniali idee che in ogni episodio elargisce per cavar fuori dai guai il padre e la sua ciurma di guerrieri. Timido, debole, perfino pauroso, Vicky non è certo la rappresentazione canonica dell’eroe, tantomeno del guerriero vichingo, anzi. Eppure compensa le sue mancanze grazie a un’intelligenza sopraffina, che si dimostra essere, in ogni episodio, la qualità principale con cui riuscire ad affrontare i problemi. Il messaggio non può essere più chiaro, e arriva con grande efficacia grazie a uno schema che propone dei veri e propri tormentoni: ogni episodio espone un problema, (per esempio come liberare il padre imprigionato, salvare il villaggio da un incendio, recuperare un bambino isolato su uno scoglio dall’alta marea), poi arriva l’idea di Vicky accompagnata sempre dalla stessa animazione in cui si gratta il naso e schiocca le dita, e infine la messa in atto della pensata di Vicky e la soluzione.
Gli episodi sono tutti autoconclusivi o con avventure spezzate in due, ma la serie offre anche una continuity tramite una seconda linea “temporale” che tiene conto degli avvenimenti: dopo un saccheggio in un Paese lontano, per esempio, i vichinghi tornano al villaggio solo per scoprire che le loro donne sono state rapite e così ripartono per una nuova avventura. Vi è, poi, un altro importante elemento educativo, che potremmo definire “geografico”. Ogni viaggio dei vichinghi in cerca di tesori, offre l’opportunità per conoscere nuove terre e nuovi popoli come gli eschimesi, i greci, i danesi, i normanni, i turchi, tutti caratterizzati in maniera inequivocabile: basti pensare che contro i greci si improvvisa una sfida “olimpionica” in varie categorie di atletica, per esempio.
Il tono è sempre allegro e scanzonato e non mancano le risate, grazie a una serie di personaggi ben caratterizzati: i guerrieri di Flake sembrano un’armata Brancaleone, simpatici ma tontoloni, poi c’è la mamma di Vicky, con grande senso pratico, l’amica-fidanzatina e tanti altri.
Il design dei personaggi e il look del cartone si appoggia su colori “caldi” e, sebbene si rasenti in certi casi la stilizzazione e l’animazione, vista oggi, faccia sentire i suoi anni, il risultato finale è assai gradevole e in linea con il tono ironico della serie.
Le storie sono piuttosto realistiche ma non mancano elementi fantastici: in un episodio Vicky trasforma la nave dei vichinghi in un aeroplano, in un altro fa amicizia con due foche che lo trainano per il mare e così via.
Lo schema ripetitivo degli episodi ha un effetto rassicurante su Marco: dopo poche puntate, capito il meccanismo, è lui il primo ormai a dire “ma come farà Vicky adesso a risolvere questa cosa?”, già col sorrisino di chi sa che da un momento all’altro vedrà il protagonista strofinarsi il naso e schioccare le dita, gestualità subito acquisita e imitata in tempo reale.
Trovo che la serie sia un invito al ragionamento non indifferente: oltre a stimolare a pensare delle soluzioni ai problemi proposti, ho notato che Marco non affronta passivamente le idee di Vicky, ma anzi le valuta con senso critico arrivando perfino a metterne in dubbio l’efficacia. Insomma, se Vicky ha un pregio, è quello di riuscire a essere divertente e intellettualmente stimolante allo stesso tempo. Un’ultima nota buffa: la sigla è in tedesco e Marco, dalla puntata 15 in poi, ha cominciato a cantarla come se fosse un vero vichingo.

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