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Tron, c’era una volta la CGI


Visto con Riccardo, 7 anni

Tron, c’era una volta la CGI

Un tuffo nel neonato immaginario digitale degli anni '80, viziato da una sceneggiatura debole e incongruente

di Demis Biscaro 31/12/2013

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Brillante e inventivo programmatore della Encom, Kevin Flynn (Jeff Bridges) rimane vittima delle trame di Ed Dillinger (David Warner) che gli ruba le idee per quattro nuovi videogiochi e lo fa licenziare, appoggiato dal Master Control Program, un potentissimo software da lui sviluppato che gestisce tutti i settori dell’azienda. Durante uno dei tentativi di Flynn di forzare il database aziendale, il Master Control Program riesce a smaterializzare il programmatore e a portarlo all’interno del suo universo digitale. Qui si giocherà la resa dei conti tra il Master Control Program e Flynn, aiutato da Tron (Bruce Boxleitner), un nuovissimo programma supervisore.
Uscito nelle sale italiane alla vigilia di Natale del 1982, Tron ha poco più di trent’anni ma ne dimostra almeno il doppio: è l’inevitabile nemesi che colpisce tutti i film di fantascienza che puntano a costruire un universo futuristico proiettandovi in forma amplificata lo stato tecnologico dell’epoca. Se da un lato gli va riconosciuta un’indubbia dose di originalità per l’uso innovativo della computer grafica e per la centralità del tema della realtà virtuale, dall’altro è difficile ritrovarvi motivi di interesse diversi da una curiosità un po’ nostalgica per un film pioneristico. Tron si appoggia infatti ad una sceneggiatura esile esile che serve da pretesto per mettere in scena un mondo sintetico fatto di buio e scie di luce fluorescente, totalmente “altro” rispetto a quello reale. La lotta contro la dittatura, l’anelito alla libertà, la discriminazione religiosa, l’esistenza di un ordine nel mondo sono temi potenzialmente dirompenti ma vengono appena sfiorati per essere poi liquidati in modo approssimativo.
L’architettura del mondo digitale è fragile e il parallellismo col mondo reale, su cui è modellato, pieno di incongruenze. L’antropomorfizzazione dei programmi, rappresentati come esseri umani con le sembianze dei loro programmatori (i “creativi” nella terminologia del film), è assolutamente insensata come insensati sono i meccanismi di “interferenza” tra software diversi per cui le astronavi di un videogioco sono usate come mezzi per abbattere programmi intrusi. Le svolte narrative sono risolte in modo sbrigativo o poco chiaro e lo scivolone nel comico involontario è sempre dietro l’angolo, come quando si pretende di rendere credibile una storia d’amore tra programmi…
“Questo film è molto, molto bizzarro” ha sentenziato Riccardo sui titoli di coda e in effetti il mondo virtuale in cui si svolge la maggior parte della storia ha un design che vorrebbe essere avveniristico ma che agli occhi smaliziati di un bambino d’oggi appare particolarmente grezzo e straniante. A suo tempo il film non mi aveva coinvolto molto e anche il mondo virtuale, schematico e monocorde, aveva perso ben presto la sua attrattiva, tanto che mi ero pure addormentato durante la visione. Riccardo invece è rimasto attento e, a parte qualche dritta sulla trama per chiarire il ruolo dei vari personaggi, ha seguito tutta la storia senza problemi. Alla fine mi ha detto che il mondo virtuale gli incuteva un certo spavento per via dell’oscurità di fondo e del paesaggio irregolare e frastagliato che richiamava un terreno semidistrutto da un terremoto o dalla guerra. La cosa che più l’ha sorpreso è stato il videogioco delle moto, in cui parteggiava per quella rossa.
L’unico elemento interessante è stato il dialogo tra Flint e il suo assistente “bit” ci ha dato lo spunto per parlare dell’architettura della memoria di un calcolatore e del ruolo dei bit (quelli veri) in informatica.
Certo, vedere un giovane Jeff Bridges in azione è sempre piacevole ma al di là di questo il film fornisce scarsi motivi di attrattiva. Per chi è interessato alla storia della CGI, questa è un’opera ineludibile; per chi invece cerca un bel film da vedere con i propri figli, gli anni ’80 hanno ben altro da offrire.

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