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Toy Story, crescere significa mettersi in gioco


Visto con Riccardo, 6 anni

Toy Story, crescere significa mettersi in gioco

Un cowboy e uno space ranger accompagnano spettatori grandi e piccoli in un'entusiasmante avventura alla scoperta del significato dell'amicizia

di Demis Biscaro 27/11/2012

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I bambini non lo sanno ma i giocattoli, quando non sono visti, si animano di vita propria, chiacchierano tra loro, scherzano, litigano. Cosí accade nella cameretta di Andy, un bambino di 8 anni, popolata da una eterogenea varietà di pupazzi: dalla testa-di-patata Mr Potato alla pastorella Bo Beep e tanti altri. Da sempre il preferito di Andy è Woody, un pupazzo cowboy, che da un giorno all’altro però viene soppiantato nelle grazie del suo padroncino dall’avveniristico space ranger Buzz Lightyear. Dopo un’iniziale ostilità che scatenerà una serie di rocambolesche avventure, Woody e Buzz diventeranno grandi amici.
Primo lungometraggio della storia del cinema interamente realizzato in digitale, Toy Story sviluppa il tema dell’amicizia in modo semplice e diretto ma non banale, nel tentativo perfettamente riuscito di mettere in luce il valore e insieme la fragilità di questo sentimento profondamente umano. Un po’ buddy movie (storia di un’amicizia tra maschi), un po’ racconto di formazione, il film non perde mai di vista la sua impronta squisitamente avventurosa e amalgamando magistralmente differenti registri espressivi (comico, drammatico, ironico e perfino horror) raggiunge il duplice obiettivo di catturare l’attenzione degli spettatori più piccoli facendo divertire nel contempo anche mamme e papà. Una computer grafica calda e quasi pulsante disegna a tinte pastello il flusso della vita come un’esperienza mozzafiato che si dipana sul filo di un equilibrio inebriante ma precario (numerose le scene che hanno luogo su davanzali, cornicioni, bordi di tavoli o in volo) in cui basta un nonnulla per precipitare giù.
Riccardo ha seguito la storia con particolare attenzione, quasi assorto. Alla fine mi ha detto che il film gli era piaciuto, ma con aria assente, come se pensasse ad altro. La mia impressione è che la pellicola abbia suscitato in lui risonanze profonde la cui ricognizione razionale è ancora lungi dall’essere adeguatamente sviluppata a quell’età.
Per certi versi infatti la coppia Woody-Buzz può essere vista come l’espressione di un’unica figura infantile, scissa in due personaggi distinti solo per esigenze di sceneggiatura: Woody incarna quell’egocentrismo un po’ dispotico tipico di chi si sente al centro del mondo mentre Buzz dà prova di una caparbia e buffa ingenuità alimentata da una scarsa consapevolezza dei propri limiti, qualità entrambe rintracciabili nella personalità dei bambini. In questa prospettiva il film può essere letto come il percorso di crescita di un’anima ancora acerba, che si trova per la prima volta a mettersi in gioco e a fare i conti suo malgrado con istanze radicali come la scoperta di sè, l’abbandono, la paura della morte e la perdita di punti di riferimento sicuri. Esemplari a questo proposito sono i tentativi di volo di Buzz o le scene nella cameretta di Sid, il terribile vicino di casa di Andy che si diverte a torturare i giocattoli. Un plauso speciale meritano le delicate canzoni, ottimamente interpretate nella versione italiana da Riccardo Cocciante, che sottolineano alcuni degli snodi cruciali di questa evoluzione.
Per tutta la durata del film le simpatie di mio figlio erano sbilanciate a favore di Buzz per via del suo aspetto da “uomo dello spazio”, più facilmente assimilabile all’universo degli anime robotici a cui è affezionato da tempo. In fondo la stessa sostituzione del cowboy con lo space ranger e la conseguente trasformazione delle modalità ludiche di Andy sintetizzano il definitivo prevalere, da oltre trent’anni a questa parte, dell’immaginario fantascientifico su quello western all’interno della cultura popolare (non a caso tra gli sceneggiatori fa capolino il nome di Joss Whedon, che ha al suo attivo prodotti di impronta marcatamente sci-fi come Titan A. E., Serenity e The Avengers).
Riccardo ha anche apprezzato le sequenze più paurose in cui Woody e Buzz finiscono circondati dai mostruosi giocattoli creati da Sid. La sua creatura preferita era una specie di ragno con la testa di bambolotto, dalle fattezze poco rassicuranti ma dall’animo buono e altruista, che riesce persino ad aggiustare il braccio di Buzz. Come a dire: i “mostri” non sono tali per qualche ragione intrinseca alla loro natura ma perché vengono superficialmente etichettati così per il loro aspetto (vi ricorda qualche pellicola recente?).
In definitva Toy Story è un film divertente, commovente ed entusiasmante, girato in modo ineccepibile e con una trama intessuta di sottotesti e rimandi culturali inconsueti per un prodotto d’animazione occidentale. Un film che proietta davvero la fantasia verso l’infinito e oltre.

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