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Toy Story 2, insieme fino alla fine


Visto con Riccardo, 9 anni e Letizia, 4 anni

Toy Story 2, insieme fino alla fine

Il sequel di Toy Story non brilla come il suo predecessore ma affronta il delicatissimo tema dell'abbandono con coraggio e intelligenza

di Demis Biscaro 22/11/2015

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Dopo il rocambolesco salvataggio di Buzz Lightyear in Toy Story – Il mondo dei giocattoli, questa volta è Woody a finire nei pasticci. Abbandonato da Andy sullo scaffale per colpa di un braccio sdrucito, il cowboy di pezza ha il morale sotto gli speroni e teme che il suo padroncino possa abbandonarlo per sempre. A peggiorare le cose ci si mette anche Al McWhiggin, un collezionista senza scrupoli che ruba Woody con l’intenzione di venderlo a un museo di giocattoli in Giappone. Neanche a dirlo Buzz e compagni si faranno in quattro per riportarlo a casa.

Con perfetta simmetria rispetto al primo capitolo, questa volta tocca al ranger spaziale guidare una missione per recuperare l’amico, superando ogni sorta di difficoltà in nome di un legame che non conosce ostacoli. Toy Story 2 è un “rescue movie” (film di salvataggio) in piena regola dove non ci sono rapporti personali da rinsaldare o ruoli da ridefinire come nel primo film, ma solo un lungo viaggio di andata e ritorno che dispensa in egual misura risate e momenti avventurosi e riesce a mantenere un buon ritmo senza sfociare nel caos frenetico tipico di molta animazione moderna, consentendo anche agli spettatori piú piccoli di gustarsi tutte le scene.

Nonostante un impianto piú semplice e una minore varietà di toni rispetto al suo predecessore, la pellicola affronta tematiche di rilievo mettendo in luce l‘importanza dell’amicizia come vera e propria ancora di salvezza nella vita e sottolineando l’unicità di ogni individuo.
Al cuore della vicenda c’è niente di meno che la paura più grande di ogni uomo: il timore dell’abbandono. Un’angoscia sottile ma acuta che ci spinge talvolta a soffocare le emozioni o a sospendere una relazione prima che la sua conclusione ci possa fare troppo male. Insomma, un freno emotivo che rischia di farci giocare la vita perennemente in difesa. Esattamente come capita a Woody, che per un attimo sembra preferire un’indefinita esistenza in un museo giapponese alla più intensa ma (forse) breve vita nella cameretta di Andy.

E proprio nella nostra epoca “liquida”, dove per un malinteso senso di libertà e autosufficienza anche le relazioni personali piú importanti vengono spesso condotte con un senso di sfiducia quasi programmatico, John Lasseter lancia un messaggio controcorrente: è bello appartenere a qualcuno che ci vuole bene. E’ bello sentirsi “di qualcuno”, appropriarsi l’uno dell’altro. E’ bello riconoscersi fedeli e vivere i tutti i momenti di questo rapporto, compresa la sua naturale fine. “E’ vero Andy crescerà e io non posso impedirlo. Ma è una cosa che non vorrei perdermi per tutto l’oro del mondo.” esclama Woody. Proprio come i giocattoli, i rapporti interpersonali vanno vissuti e goduti fino in fondo. Non ha senso rinchiudere le proprie emozioni in una teca per timore che si sciupino, perché così facendo si finirebbe solo per distruggerle.

Non tutto funziona al meglio in Toy Story 2, a partire dall’introduzione dell’irritante cowgirl Jessie, ma a fronte di un messaggio così forte si perdonano questo e altri peccati veniali, come l’ingombrante omaggio al mondo dei videogiochi o il patinatissimo cameo delle Barbie, che pure beneficia di una certa ironia.

Era da molto tempo che non vedevo Riccardo e Letizia appassionarsi alla storia e divertirsi cosí tanto guardando un film. Perché se è vero che la compagine ottimamente assortita dei comprimari ha gioco facile nel catturare le simpatie del pubblico piú giovane, la pellicola non funziona per semplice accumulo di gag ma richiede una partecipazione attiva e punta a colpire il cuore.
Letizia in particolare era molto preoccupata per Woody e fino all’ultimo temeva che sarebbe finito in Giappone, perciò è stato un grande sollievo per lei quando alla fine è riuscito a scendere dall’aereo. Riccardo invece, più smaliziato nei confronti della trama, si è goduto maggiormente i momenti comici, soprattutto quelli più demenziali, e l’eclatante riferimento a Star Wars che l’ha fatto sobbalzare sulla sedia! Anche a lui però non è sfuggita la nota dolceamara del finale, un “vissero felici e contenti” senza il consolatorio “per sempre” delle fiabe. “Sarà bello finché durerà. E poi, quando sarà tutto finito, il buon vecchio Buzz Lightyear mi farà compagnia. Fino all’infinito e oltre.” Parola di Woody.

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