Recensioni

Titeuf, a scuola di vita


Visto con Riccardo, 7 anni

Titeuf, a scuola di vita

Umorismo e realismo formano un binomio vincente per affrontare temi importanti. Attenzione però alle volgarità

di Demis Biscaro 20/07/2013

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Che l’infanzia non sia un paradiso di spensieratezza e innocenza non è una novità: Charlie Brown, Mafalda e Calvin & Hobbes, per limitarsi ad alcuni dei personaggi più celebri dei fumetti, hanno fatto a gara per raccontarci quale groviglio di incertezze e frustrazioni sia il cuore di un fanciullo. Su questa scia si inserisce alla fine degli anni ’90 il fumettista svizzero Philippe Chappuis, in arte Zep, che intitola la sua striscia a Titeuf, un ragazzino di dieci anni con la testa completamente glabra da cui spunta un unico alto pennacchio biondo. In breve tempo il fumetto sbarca in TV e qualche anno dopo sul grande schermo.
Nel suo debutto cinematografico Titeuf si trova a dividere la casa con il padre, dopo che la mamma si è trasferita dalla nonna per riflettere sul suo matrimonio. E come se non bastasse Nadia, la compagna di classe di cui è innamorato, si rifiuta di invitarlo alla sua festa di compleanno. Titeuf però non si perde d’animo e grazie anche ai consigli del suo fido amico Manu riesce a rimettere in sesto la sua vita.
Con un tratto morbido e una variegata tavolozza di tinte pastello Zep delinea i contorni di un mondo ovattato e quasi naif che a prima vista sembrerebbe perfetto per gli spettatori più piccoli, mentre così non è. Il film infatti colpisce fin da subito per un realismo narrativo disincantato che mira a scandagliare la vita quotidiana con lucida ironia e con sguardo puntuale ed irriverente. Vengono infatti mostrati bambini togliersi le caccole dal naso, parlare coi rutti, schiacciarsi i brufoli, dire le parolacce e fare insomma tutte quelle cose repellenti che fanno i piccoli quando gli adulti non sono nei paraggi. Non solo, ma anche i loro discorsi sono improntati alla stessa generosa schiettezza: “Cosa succederebbe se tuo padre mettesse i suoi spermatozoi nella mamma di Nadia?”, chiede candidamente un amico a Titeuf.
Per questo motivo, benché la fascia d’età di riferimento sia 7+, noi di Movie for Kids consigliamo la visione ad un pubblico più vicino ai 10 anni che ai 7, in quanto maggiormente capace di identificare la scorrettezza di determinati comportamenti e di recepire adeguatamente i temi sviluppati. Infatti, pur mantenendo un tono scanzonato, il film affronta tra le altre cose la delicata questione della crisi matrimoniale e della possibilità che ciascun genitore intraprenda una nuova vita con un altro partner. A tutto ciò fa da contraltare la love story travagliata tra Titeuf e Nadia, che offre lo spunto per tratteggiare col sorriso sulle labbra l’attrazione dei bambini nei confronti degli aspetti più “fisici” del rapporto tra due innamorati, come i baci “con la lingua” e la nudità.
Insomma adulti e bambini condividono affanni simili, cambia solo il modo di affrontarli. E così mentre papà e mamme tentano la strada dell’isolamento e della riflessione i loro figli si affidano all’inventiva e al confronto di gruppo, dal momento che i discorsi degli adulti risultano per lo più incomprensibili o, peggio ancora, fonte di ulteriori fraintendimenti. L’unica possibilità di contatto autentico passa attraverso le emozioni e i gesti che ne sono il veicolo naturale (abbracci, sguardi, baci) ma, paradossalmente, sembra che nessuno se ne accorga, benché tutti mostrino di trovare conforto solo in quei momenti di intimità.
Nonostante il film sia basato essenziamente sui dialoghi e sia privo di elementi avventurosi, Riccardo l’ha seguito con gran divertimento e non si è scandalizzato di fronte ai comportamenti più volgari dei bambini ma, catturato dall’istintiva simpatia del protagonista, si è calato perfettamente nelle dinamiche dei rapporti tra i compagni di classe.
I temi più pesanti gli sono scivolati addosso, grazie anche all’umorismo che permea tutto il film e che ha le sue vette in alcuni irresistibili siparietti demenziali. Ma ciò che lo ha fatto divertire di più è stata la scena in cui Titeuf incontra lo psicologo e che stigmatizza, con qualche inevitabile semplificazione, quell’atteggiamento di falsa disponibilità all’ascolto con cui gli adulti danno spesso prova dell’incapacità di superare i propri schemi mentali e di aprirsi ai bambini.
Non è mancata qualche doverosa spiegazione, soprattutto relativamente al significato dei termini “sorellastra” e “fratellastro”, ma d’altra parte il film offre tantissimi spunti per confrontarsi con i propri figli, purché non ci si ritragga di fronte ai temi forti che vengono messi sul tavolo e si ritrovi il tono più adeguato per parlarne con consapevolezza e – perché no? – con un pizzico di sincera ingenuità.

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