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The Black Hole, inferno tra le stelle


Visto con Riccardo, 9 anni

The Black Hole, inferno tra le stelle

Cupo, straniante e dominato da un permanente senso di minaccia latente, The Black Hole mantiene inalterato il suo fascino a quasi quarant'anni dalla sua uscita

di Demis Biscaro 30/10/2015

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Un buco nero è un groviglio di materia talmente denso da generare un’attrazione gravitazionale capace di intrappolare perfino la luce. Trattandosi di un oggetto non osservabile direttamente, una sua descrizione scientifica non può che essere ampiamente speculativa, il che lascia campo libero all’estro creativo di scrittori e sceneggiatori di fantascienza, che da sempre coi buchi neri ci vanno a nozze. Nel 1979 è la volta della Disney che piazza nelle vicinanze di uno di questi mostri della fisica la Cygnus, una gigantesca astronave governata da un solo uomo, il dottor Hans Reinhardt (Maximilian Schell), supportato da una schiera di robot androidi, capeggiati dal minaccioso Maximilian. Reinhardt ritiene che il buco nero sia un passaggio verso altri mondi e quando una piccola nave, la Palomino, attracca alla Cygnus, lo scienziato rivela ai suoi nuovi ospiti di essere pronto a lanciarsi dentro quel tunnel senza luce.

Arrivato sugli schermi due anni dopo Guerre Stellari, The Black Hole riprende esplicitamente l’estetica del film di Lucas senza però ereditarne ritmo e ironia. Ne esce un ibrido che affianca effetti speciali all’avanguardia (ancora oggi di grande appeal) a una recitazione classica e a un impianto narrativo saldamente ancorato al passato. Una sintesi bizzarra che, intenzionalmente o meno, produce un effetto straordinario: gli interminabili corridoi della Cygnus, intessuti di ombre e silenzi, trasformano l’astronave in una cattedrale nello spazio, un luogo mistico e sinistro dove Reinhardt, insieme sacerdote e adepto, officia i misteri del demone gravitazionale che domina il panorama al di là delle vetrate.

Se il volto solenne dello scienziato rimanda direttamente al Mosé dei Dieci Comandamenti di Cecile DeMille, lo sguardo tagliente e le sentenze lapidarie (“La parola impossibile si trova solo nel vocabolario degli stolti”) restituiscono l’icona di un Prometeo luciferino, un genio affascinante e letale che ha violato i segreti di un sapere ignoto al resto dell’umanità e che per questo si sente depositario di una superiore investitura morale (“Vi dimostrerò che il fine giustifica i mezzi”). Robot e automi dall’andatura salmodiante riverberano la sua volontà lungo le nervature dell’astronave, amplificando il senso di minaccia latente che grava sui pochi umani suoi ospiti. In particolare, gli androidi col volto coperto da una maschera a specchio dispensano sottili brividi a ogni passaggio. Tra citazioni bibliche e dantesche c’è spazio anche per qualche lampo di umorismo, affidato al piccolo robot V.I.N.CENT, tuttofare della Palomino sempre pronto a snocciolare nel momento meno opportuno qualche massima popolare per consigliare i suoi compagni umani.

Le cose cominciano a farsi piú movimentate nella seconda parte della pellicola, durante la caduta della Cygnus nel buco nero, dove la storia imbocca un sentiero più avventuroso e spettacolare, tra impatti con meteoriti infuocati e duelli a colpi di raggi laser. L’ultimo viaggio della Cygnus si trasforma in una discesa agli inferi lisergica e allucinata che proietta lo spettatore in una dimensione metafisica dove spazio e tempo si confondono e i confini dell’io si assottigliano pericolosamente. Nonostante ciò il messaggio di fondo rimane positivo (dopotutto è pur sempre una produzione Disney per famiglie) e sta tutto in una rilettura in chiave strettamente astronomica della massima evangelica secondo cui il regno dei cieli appartiene ai perseguitati e ai puri di cuore.

Riccardo ha accolto il film con grandissimo entusiasmo, incantato dall’ambientazione spaziale e dall’alone di mistero che circondava tutta la storia. Ha perfino espresso per la prima volta un apprezzamento spontaneo sul tema portante della colonna sonora: “Ma che bella questa musica, mi piace anche di più di quella di Guerre Stellari!” Com’era naturale il robottino V.I.N.CENT ha raccolto a mani basse le sue simpatie, anche per l’analogia con R2-D2 di Guerre Stellari, e altrettanto gli sono piaciute le pistole con doppio raggio laser, tanto che qualche giorno dopo se n’è fabbricata una con delle costruzioni di legno. E com’era inevitabile le discussioni su gravitazione e dintorni sono andate avanti a più riprese dopo la visione.

A quasi quarant’anni dalla sua uscita nelle sale The Black Hole appare come un’opera atipica e coraggiosa che cerca di sdoganare all’interno di un genere piuttosto delicato (quello dei film per famiglie) una fantascienza piú adulta e meno rassicurante, caso piú unico che raro in casa Disney. E forse parte del suo valore sta anche in questo.

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