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Tarzan, né scimmia, né uomo


Visto con Marco, 4 anni

Tarzan, né scimmia, né uomo

La ricerca di un posto nel mondo per un "diverso" e altri temi in uno dei più riusciti film dedicati al classico personaggio

di Luca Maragno 26/11/2012

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La serie di racconti Tarzan delle Scimmie, scritta da Edgar Rice Burroughs, è stata proposta al cinema diverse volte nella storia, ma mai in versione animata (l’anno prossimo ne uscirà una nuova versione digitale) e mai in modo così efficace.
La trama è nota: orfano, il piccolo Tarzan viene cresciuto da una famiglia di scimmie e divenuto adulto, grazie all’intelligenza propria dell’Uomo e alla forza selvaggia ereditata dalla nuova famiglia, si scopre essere una delle creature più forti della giungla africana.
Il 37esimo cartone Disney, a dieci anni di distanza, non sembra essere invecchiato di un giorno. Le animazioni e la regia sono terribilmente attuali con un Tarzan super-atletico che addirittura “surfa” sugli alberi oltre che “volare” di liana in liana.
Il tema della diversità si traduce in immagini potentissime, una su tutte quella della mano-contro-mano fra Tarzan e la madre scimmia adottiva, che mette in luce una differenza incolmabile, poi ripetuta con la mano di Jane a sottolineare una ritrovata appartenenza.
Una diversità che Tarzan affronta cercando di trovare il suo posto nel mondo e che si traduce soprattutto nel farsi accettare dal padre-scimmia adottivo e da Jane per quello che è: “diverso” appunto, ma ugualmente, anzi proprio per questo perfino maggiormente, apprezzabile.
Vi è anche una chiave “ecologista” visto che l’Uomo nella natura è vissuto come un intruso e il finale, in cui perfino Jane preferisce la giungla alla vita di città.
L’impianto musicale merita un capitolo a parte. Per la prima volta i personaggi Disney non cantano. Le canzoni esprimono i pensieri di Tarzan e il “giochino” funziona perfettamente. Anche perché sono scritte e cantate meravigliosamente da Phil Collins (pure in italiano).
Temevo fosse un po’ forte l’inizio per mio figlio, dove i genitori di Tarzan vengono uccisi, ma è passato indenne, anzi la scena del piccolo orfano salvato dal giaguaro è divenuta una delle sue preferite. Dire che ha scatenato la fantasia di Marco è poco. Non tanto per le sue reazioni durante la visione del film, quanto per tutto ciò che è venuto dopo: lotte con pupazzi all’insegna di Tarzan, richieste di libri, di giocattoli, imitazione della posizione della mano “gorillesca”, camminata scimmiesca e, ovviamente, ripetuta visione del film. Senza dubbio Tarzan fa leva sui meccanismi di “esaltazione”, suppongo soprattutto maschili e, poi, ha un che di “primitivo” e di “fanciullesco” (nel modo in cui impara da Jane a parlare o scrivere per esempio) che è molto vicino ai bambini. Senza contare, poi, che in questa versione Tarzan all’inizio ha delle brevi disavventure proprio da bambino (Disney ci ha, furbamente, costruito su anche uno spin-off, Tarzan 2).
L’unico aspetto che personalmente ho apprezzato meno è il solito buonismo estremo: Tarzan non si spreca a uccidere il malvagio, il quale muore vittima di se stesso e del caso per conto suo. Diciamolo: nella vita ci si può anche giustamente arrabbiare e sconfiggere il male con le proprie forze, non è sbagliato. Neanche per una lezione di vita ai bambini.

 

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