Recensioni

SpongeBob, un oceano di follie


Visto con Riccardo, 7 anni

SpongeBob, un oceano di follie

Comicità demenziale e situazioni surreali sono alla base di una serie che punta al puro divertimento, all'insegna dell'eccesso e del nonsense

di Demis Biscaro 22/03/2013

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In fondo all’oceano c’è il villaggio di Bikini Bottom, una manciata di casupole bizzarre sparpagliate attorno ad una strada che conduce al Krusty Krab, l’unico fast food dove si può gustare il leggendario Krabby Patty, il miglior hamburger dei Sette Mari. A prepararlo è una spugna gialla tutto pepe, SpongeBob, che non perde occasione per mettersi nei guai insieme al suo inseparabile amico Patrick, una stella marina non proprio…brillante. Fanno da cornice alle loro disavventure una girandola di personaggi uno più strano dell’altro: il calamaro Squiddi, il granchio Mr Krabs (proprietario del Krusty Krabs), Plankton (il minuscolo rivale di Mr Krabs) e Sandy, uno scoiattolo trasferitosi in pianta stabile nel profondo degli abissi.
SpongeBob è un cartone animato che fa della follia e dell’eccesso la sua cifra stilistica. Sulla base di un canovaccio ridotto all’osso, ogni episodio si sviluppa per accumulazione di gag e situazioni surreali abbandonando programmaticamente la pretesa seguire un filo narrativo compiuto, tanto che ogni puntata termina bruscamente senza che sia ripristinato l’equilibrio iniziale e la puntata successiva comincia come se nulla fosse successo. Il tono è costantemente sopra le righe ed è enfatizzato da una collezione di personaggi capaci di passare dall’esaltazione più insensata alla disperazione più nera (e viceversa) nel giro di pochi secondi, il piú delle volte per futili cause. Non c’è spazio per le sfumature emotive o per l’approfondimento psicologico dei caratteri perché ogni emozione viene immediatamente esteriorizzata in forma quasi parossistica: la tristezza diventa un pianto dirotto, la gioia una lunga risata sguaiata, il timore un tremito convulso e così via. Lo stesso protagonista col suo comportamento sovraeccitato è l’incarnazione di questo modo di essere privo di interiorità. Addirittura Riccardo mi ha detto che a lui SpongeBob sembra sempre “sconvolto” per via dei suoi grandi occhi perennemente spalancati.
Se a Bikini Bottom le sottigliezze psicologiche non sono di casa è pur vero che la fantasia vi regna sovrana e si dimostra prodiga di invenzioni indubbiamente originali: dal mostro (buono) generato dai rifiuti tossici, al tubo di scarico da cui non bisogna togliere il tappo pena lo svuotamento di tutti i mari del pianeta, fino ad una rozza società di pesci-agricoltori che vivono isolati sotto il fondo dell’oceano. Il fine è sempre il medesimo: divertire lo spettatore ad ogni fotogramma. Nessun messaggio edificante, dunque, e nessuno spunto di riflessione ma solo una pulsione irrefrenabile verso una forma di divertimento elementare e spensierato, retto da un umorismo demenziale a tratti travolgente. Più volte io e Riccardo siamo scoppiati a ridere fragorosamente di fronte ad alcune gag segnate da un gusto del nonsense davvero irresistibile. Mio figlio in particolare si è fatto conquistare da questa serie proprio per la sua spietata venatura comica e per una messa in scena vivace e coloratissima che sfrutta abilmente l’ambientazione sottomarina, invitante in quanto poco frequente nei cartoni animati occidentali. Il suo personaggio preferito, neanche a dirlo, è proprio la spugna gialla dai pantaloni quadrati. “Ma perché?” gli ho chiesto. “Perché è matto!” è stata la risposta. E come contraddirlo?!
A farla breve, SpongeBob SquarePants è un compiuto esempio di animazione ad alto tasso di caffeina e di frenesia: ogni tanto è quello che ci vuole per rompere la monotonia della giornata ma meglio non esagerare…

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