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Si alza il vento, il coraggio di essere felici


Visto con Riccardo, 7 anni

Si alza il vento, il coraggio di essere felici

Miyazaki tesse un sentito omaggio ai grandi artisti della tecnologia e lancia un'esortazione ai giovani: non abbiate timore di vivere i vostri sogni fino in fondo

di Demis Biscaro 10/09/2014

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Ci sono artisti che professano un’arte senza nome. Geni che non hanno dimestichezza con penna, scalpello, bacchetta o pennello ma che sanno accordare forze e masse così abilmente da realizzare autentici miracoli, come dare all’uomo quelle ali che la natura gli ha negato. Una di queste personalità fuori dal comune era Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico che progettò tra le altre cose lo Zero, il caccia impiegato dal Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Prendendo le mosse dal suo manga, Miyazaki ripercorre parte della vita del tecnico giapponese, restando fedele ai fatti per quel che riguarda la carriera lavorativa ma discostandosene invece nella sfera privata, resa più drammatica per fini narrativi. E attraverso la tortuosa crescita professionale di Jiro il regista delinea la fisionomia di un’arte, invisibile agli occhi della gente comune, che si esplica in un ventaglio di scelte all’apparenza insignificanti, come l’impiego di rivetti a testa piatta invece dei chiodi o l’applicazione di un nuovo giunto meccanico. Totem sacro di questa pratica per iniziati è il regolo calcolatore, esibito in modo quasi ossessivo, a ribadire che il volo – e la tecnologia tutta – non sono frutto di magia ma di un’abile astuzia matematica, capace di rivolgere le leggi della fisica contro sé stesse e di liberare l’uomo dai suoi limiti. A prezzo però di un’assoluta dedizione alla razionalità, con cui devono scendere a patti anche i sentimenti più profondi, come l’amore e il dolore, condensati in poche lacrime su un foglio fitto di numeri e formule.
Accantonata per la prima volta la sua vena fiabesca, Miyazaki realizza un credibile affresco del Giappone prebellico, afflitto da un’annosa arretratezza tecnologica e da difficoltà economiche e sociali, lasciando spazio alla fantasia solo nelle parentesi oniriche, in cui il protagonista colloquia idealmente con l’ingegnere aeronautico italiano Gianni Caproni.
Tuttavia la passione per le machine volanti, anche militari, nata in Miyazaki in tenera età (il padre era coproprietario di una fabbrica di parti per aerei) contrasta con il messaggio pacifista espresso in molti dei suoi film. La risposta a questo dilemma morale la dà Caproni: “Noi non siamo creatori di guerra. Vogliamo solo creare un aereo superiore.” ovvero quando l’ispirazione soffia l’uomo non può fare altro che assecondarla, perché è l’ispirazione a dettare le scelte determinanti per la vita, quelle che non si possono calcolare ma solo azzardare, il più delle volte contro il giudizio comune. “Si alza il vento…Bisogna osar di vivere!” recita infatti il verso di Paul Valéry che dà il titolo al film. E non a caso sarà proprio il vento a unire Jiro a Nahoko, nonostante le loro differenti personalità e la tubercolosi che mina la salute di lei. E così, da quello che forse è il limitare della sua carriera, Miyazaki consegna ai giovani un messaggio dal sapore antico, assimilabile all’ “Ama e fa’ ciò che vuoi” di Sant’Agostino ma centrale anche nella Storia Infinita di Michael Ende, esortandoli a seguire con coraggio la propria vocazione.
E insieme lascia a tutti noi un esempio di animazione che per qualità e bellezza non teme confronti. Il tratto nitido, la meticolosa cura per i dettagli e lo studio della luce alzano ulteriormente gli standard di eccellenza a cui ci ha abituati lo Studio Ghibli. Il verde e l’azzurro sono le dominanti cromatiche che modellano una realtà permeata di un’irresistibile leggerezza, capace di trasformare il volo da folle impresa a gesto naturale.
Purtroppo la carenza di elementi avventurosi e comici non offre facili appigli all’attenzione di un bambino. Ciò nonostante Riccardo ha seguito il film con grande interesse, affascinato soprattutto dalle insolite macchine volanti e dalle sequenze oniriche che mostravano spesso i personaggi camminare sulle ali degli aerei in volo. Com’era prevedibile si sono rese necessarie alcune spiegazioni per chiarire il contesto storico e talune specificità tecnologiche, come l’uso del regolo o il fatto che tra i materiali usati per gli aerei ci fosse anche il legno. Fra tutti i personaggi quello che l’ha incuriosito di più è stato Caproni, tanto che al termine della visione abbiamo cercato in rete alcune notizie relative alla sua vita, scoprendo che gli aerei che si vedevano nei sogni corrispondevano a velivoli effettivamente realizzati.
Un film dunque che emoziona, fa riflettere e stimola l’approfondimento. E soprattutto ci ricorda che la felicità sta nella realizzazione dei propri sogni, siano pure, come dice Caproni, “sogni maledetti, destinati a essere ingoiati dal cielo”.

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