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Rogue One – A Star Wars Story, Shakespeare va in guerra – La recensione


Visto con Alex, 8 anni

Rogue One – A Star Wars Story, Shakespeare va in guerra – La recensione

Tra dramma di Shakespeare e film di guerra degli anni '60, Rogue One è il perfetto tassello che mancava alla saga di Star Wars. Con un cast da applaudire

di Karin Ebnet 15/12/2016

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Niente titoli di testa che scorrono in obliquo, niente tema musicale portante e non ci sono spade laser (o quasi) in Rogue One – A Star Wars Story, il primo spin off di Guerre Stellari a vedere la luce e a conquistare pubblico e critica. Come se il regista Garreth Edwards volesse avvisare il pubblico che questo film, pur raccontando un pezzetto importante della storia della galassia lontana lontana, se ne discosta per guadagnare un’identità tutta sua.

La storia è quella di Jyn Erso, una ragazza cresciuta arrabbiata col mondo. Da bambina ha visto la madre morire sotto i propri occhi e il padre venire rapito dall’Impero per aiutarlo a portare a termine i suoi piani diabolici, ovvero la costruzione dell’arma più potente di tutte: la Morte Nera. Cresciuta da un fanatico dell’Alleanza (ovvero dei ribelli), Jyn si è nutrita di rancore e le armi sono le sue bambole. Questo l’ha resa tosta, tanto tosta che quando l’Alleanza le chiede aiuto per ritrovare suo padre lei non si tira indietro, così come è in prima fila nella missione più impossibile di tutte, recuperare i piani della Morte Nera prima che sia troppo tardi…

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È cupo, desolante e rancoroso Rogue One. Un film dove il clima non è mai disteso (anche se qualche volta una battuta spiritosa prova ad affacciarsi senza però far ridere nessuno) e dove si respira la tragedia che incombe, quella alla Shakespeare per intenderci, che conquista ma che non lascia presagire nulla di buono. Nonostante questo, resta una visione adatta ai ragazzi in età scolare perché l’opera di Garreth Edwards è fondamentalmente un film di guerra, ma di quelli che si vedevano nel passato come I cannoni di Navarrone e Il ponte sul fiume Kwai, pellicole che narravano storie di coraggio, ribellione, sacrificio, perseveranza e alleanza.

rogue one star wars nuovo trailer screenshot

Mentre Il risveglio della forza poteva lanciarsi  in avanti spinto dalla forza propulsore di un futuro ancora da scrivere, Rogue One deve fermarsi e trovare un aggancio con Una nuova speranza, il quarto capitolo della saga scritta da George Lucas e il primo mai realizzato di Guerre Stellari. Questo vuol dire adattare non solo i vestiti e le armi, ma anche la tecnologia e la recitazione, trasformandolo in un film in costume tout court. Parrà strano ai ragazzi notare che non esiste il wi-fi, che per trasmettere un messaggio è ancora obbligatorio aggangiare enormi cavi di comunicazione e che servono gigantesche antenne paraboliche di quelle che si vedevano prima dell’epoca degli smartphone. Eppure tutto funziona, tutto torna, tutto ha la sua ragione d’essere, grazie ad una perfezione stilistica d’insieme che merita davvero un applauso. Ma la tecnologia c’è. Nascosta in una CGI praticamente perfetta messa al servizio di alcune delle grandi sorprese del film.

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Un applauso lo meritano anche gli attori, tutti azzeccatissimi a partire dall’arrabbiatissima Jyn Erso, volto perfetto per questa nuova ribelle che non guarda in faccia nessuno e che traghetta le donne nel cuore pulsante della saga. Ma anche Diego Luna nei panni di un novello Han Solo, anche se meno spiritoso e più canaglia, o Donnie Yen in quelli del guerriero filo Jedi cieco ma capace di sterminare interi plotoni di Stormtrooper. Adorabile anche il nuovo robot K-2SO, che sembra uscito da un film di Hayao Miyazaki e ha il compito di stemperare un po’ i toni. E non mancano neppure volti noti come Darth Vader (chiamato qui Lord Vader) e i droidi R2D2 e C3PO.

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Se un difetto proprio lo si vuole trovare in Rogue One è il fatto che, nonostante sia quasi perfetto sotto ogni punto di vista, resta forse proprio per questo distante. Non crea empatia e manca di calore. Eppure i motivi per amarlo sarebbero tanti, a partire dai maestosi paesaggi fino al grandioso finale che dà l’ultimo punto di sutura alla saga, passando per importanti messaggi di speranza e coraggio in un mondo mutilato dalla guerra.

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Non ha avuto questo effetto però in Alex, che ha assorbito ogni singola scena del film con ogni cellula del suo corpo per tutto il tempo della visione, restando concentrato e attento come difficilmente capita a un bambino espansivo come lui che si trattiene a stento dal commentare ogni cosa gli capiti sotto il naso. L’esplosione dell’entusiasmo è arrivata alla fine, fuori dal cinema, quando ormai tutto era stato assimilato. Anche se il finale non gli è piaciuto (quello che chiude la missione con la battaglia finale risolutiva), resta il più bel film della saga secondo lui, forse perché per la prima volta non ha avuto bisogno di spiegazioni. Tutto è raccontato in modo chiaro, sintetico, facile, e ogni tassello ha il suo posto, proprio come un puzzle. E a lui i rompicapo piacciono tanto.

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