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Rango, chi sono io?


Visto con Riccardo, 7 anni

Rango, chi sono io?

Una storia di formazione esemplare intessuta di immagini spettacolari e di numerosi riferimenti cinefili

di Demis Biscaro 5/05/2013

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Rango è un timido camaleonte assuefatto ad una placida esistenza in un terrario domestico che nell’intimo coltiva l’ambizione di diventare un vero eroe. La sua aspirazione si realizza quando, catapultato accidentalmente nel bel mezzo del deserto del Mojave, riesce a rifugiarsi a Polvere (“Dirt”, sporcizia, nell’originale americano), un fatiscente agglomerato di catapecchie dove il tempo si è fermato all’epoca del vecchio West. Lí, grazie ad un inatteso colpo di fortuna, mette involontariamente fuori gioco un gigantesco rapace, ottenendo l’ammirazione dei malconci abitanti della cittadina e la stella di sceriffo. Forte del suo nuovo incarico il camaleonte non perde occasione per pavoneggiarsi, giocando ad interpretare il ruolo del pistolero senza paura, ma ben presto dovrà fare i conti con una vera banda di fuorilegge capeggiata da uno spaventoso serpente a sonagli.
Primo film d’animazione interamente prodotto e realizzato dalla Industrial Light & Magic di George Lucas (ora di proprietà Disney), Rango cattura l’attenzione dei piú piccoli grazie alle numerose sequenze comiche e avventurose, ma non perde mai di vista il pubblico adulto e smaliziato, capace di seguire i rapidi scambi di battute tra i personaggi e di cogliere i numerosissimi riferimenti ai grandi classici del genere western, ma non solo. Dai film di John Ford a quelli di Sergio Leone, dalla saga di Indiana Jones a quella di Guerre Stellari, passando per Apocalypse Now e persino l’ispettore Callaghan, la pellicola mette in campo un variegato campionario di citazioni che, se da un lato fanno la gioia degli spettatori piú cinefili, dall’altro rischiano di far scivolare in secondo piano una storia di formazione esemplare che affronta temi delicati come la ricerca del proprio ruolo, l’importanza dell’amicizia e soprattutto il valore della parola data. Perché ogni promessa porta con sé un carico di speranza che non si può eludere, pena la perdita della propria identità. “Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia” ammonisce lo Spirito del West, esplicito omaggio a Clint Eastwood e al suo personaggio western più celebre, l’Uomo senza nome. E alla fine anche Rango troverà la forza per percorrere lo stretto sentiero che passa tra i sogni e la dura realtà e che porta a conoscere la propria indole più profonda.
Nonostante avessimo già visto il film al cinema un paio di anni fa, Riccardo si è fatto conquistare nuovamente dalle disavventure del piccolo camaleonte, che nella sua infantile spavalderia ricorda da vicino Woody, il cowboy (guarda caso!) di Toy Story. Merito di una computer grafica ruvida e realistica, che regala paesaggi di sconfinata bellezza, ma soprattutto di una irresistibile punta di nonsense che attraversa tutta la storia. Non a caso il personaggio che lo ha divertito di più è stato il Sergente Turley, un tacchino selvatico dall’aria non molto sveglia che gira con una freccia conficcata in un occhio come se nulla fosse. La parte del leone tra i personaggi è toccata però a Jack Sonagli, uno spietato serpente-pistolero, i cui movimenti straordinariamente fluidi e sinuosi hanno incantato Riccardo anche questa volta.
Dopo aver sdoganato presso il grande pubblico l’horror giapponese con The ring e aver ridato nuova linfa all’inaridito filone dei film di cappa e spada con la fortunata trilogia dei Pirati dei Caraibi, Gore Verbinski fa centro anche nell’animazione, confezionando un film convincente e di indiscutibile qualità che ci mostra come smarrirsi nel Far West (e nei propri sogni…) possa essere l’occasione giusta per ritrovare sé stessi.

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