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Quando c’era Marnie, un’amicizia che sa di poesia


Visto con Riccardo, 8 anni

Quando c’era Marnie, un’amicizia che sa di poesia

L'ultimo lungometraggio dello Studio Ghibli commuove per la forza emotiva e la delicatezza delle immagini e consegna al pubblico un indimenticabile testamento morale

di Demis Biscaro 13/08/2015

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“Nel nostro mondo, esiste un cerchio magico invisibile. C’è l’interno del cerchio, e c’è l’esterno. Queste persone sono all’interno. Io sono all’esterno. Ma non mi importa”.  Si apre con questa riflessione di Anna, la giovanissima protagonista, l’opera seconda di Hiromasa Yonebayashi, ispirata all’omonimo romanzo della scrittrice inglese Joan G. Robinson, definito da Hayao Miyazaki «uno dei 50 migliori libri per ragazzi del mondo».

Anna è una dodicenne orfana, ombrosa e malinconica, che durante un periodo di riposo in una località costiera del Giappone instaura un’amicizia speciale con Marnie, una raggiante adolescente che vive in una sontuosa villa a ridosso della baia. Il legame tra le due è fin da subito molto forte, ma l’esistenza di Marnie sembra avvolta da un alone di mistero su cui Anna comincia presto a interrogarsi.

Annunciato come l’ultimo lungometraggio prodotto dallo Studio Ghibli, il film è un tuffo mozzafiato nel tumultuoso groviglio di sentimenti della protagonista, una preadolescente estremamente sensibile ma molto fragile, incapace di costruire un’immagine accettabile di sé e perciò autocondannatasi alla solitudine, dopo aver preso le distanze sia dalle sue coetanee che dalla premurosa madre adottiva. A monte di questa difficoltà ci sono ragioni facilmente rintracciabili durante la visione del film, che lascia stupefatti soprattutto per la straordinaria delicatezza con cui viene messa in scena la crisi della protagonista. Il regista di Arrietty dà prova di aver fatto propria la lezione dei suoi due grandi maestri, Miyazaki e Takahata, ricreando un paesaggio interiore poetico e ricco di sfumature emotive, dove sogni, ricordi, illusioni e desideri si mescolano in modo così spontaneo alle forze della natura (mare, vento, pioggia, ecc.) da costruire una nuova e più consistente realtà.

Non mancano neppure dei richiami all’immaginario fiabesco classico: la scarpetta perduta dopo la festa (Cenerentola), la torre da cui non si riesce a fuggire (Raperonzolo), il contrasto tra la mamma buona e la matrigna/balia cattiva (Biancaneve), ecc. Il tutto sostenuto da un’animazione versatile che a un tratto nitido accosta dei colori brillanti e una straordinaria cura per i dettagli, indispensabile per dare credibilità alla narrazione.

Strettamente intrecciato a questa discesa nel cuore di Anna è il mistero dell’identità di Marnie, che viene risolto in modo inequivocabile solo nel finale. Ma fuor di metafora, chi è davvero Marnie? Marnie è l’amicizia che fa quadrare il mondo, l’abbraccio che si scioglie in pianto, il ricordo di una lontana ninna nanna, l’ultima carezza prima di addormentarsi. Marnie è l’amore che salva, l’amore capace di cambiare il corso di una vita. L’amore essenziale, intimo, perfetto che abbiamo ricevuto in alcuni indimenticabili momenti della nostra infanzia e che inconsciamente è il riferimento ideale su cui modelliamo i nostri rapporti affettivi futuri. Tutti quanti abbiamo incontrato Marnie almeno una volta nella vita: ora lo sappiamo con certezza.

Che cosa rimproverare dunque a un’opera così toccante? Forse un finale in cui i nodi narrativi vengono sciolti un po’ troppo frettolosamente e una colonna sonora delicata ma piuttosto anonima, fatta eccezione per la canzone di coda “Fine on the outside”, malinconica e sincera, in perfetta sintonia con lo spirito del film.

Nonostante la spiccata impronta femminile che domina tutta la storia, Riccardo si è fatto coinvolgere notevolmente dai risvolti più misterioso della vicenda, relativi alla sfuggente figura di Marnie. Per tutta la visione ha continuato ad azzardare ipotesi (sbagliate) sulla sua identità e alla fine è rimasto piacevolmente sorpreso quando ha capito chi fosse realmente. Essendo ancora lontano per lui il tempo dell’adolescenza, ha accolto i travagli interiori di Anna con un certo distacco, anche se è rimasto molto colpito dal fatto che la ragazzina fosse disegnata con un aspetto da maschietto. «Serve a sottolineare il fatto che lei si sente diversa dalle altre bambine» gli ho spiegato, ma evidentemente non è bastato perché di tanto in tanto ritornava sulla questione con qualche esclamazione del tipo «Ma qui sembra davvero un maschio!».

Se per il pubblico adulto “Quando c’era Marnie” è una rara occasione per riappropriarsi dei territori smarriti della propria infanzia, è inevitabile che le insicurezze di Anna suscitino risonanze soprattutto negli adolescenti. Tuttavia il messaggio di fondo del film ha una portata universale: “Continua a cercarmi” è l’esortazione di Marnie ad Anna e a tutti noi. Continuate a farvi guidare nella vita da quell’amore profondo e sincero che solo consente di ritrovare ogni giorno la propria identità. E se questo è destinato a essere il testamento morale dello Studio Ghibli, non mi pare ci sia da aggiungere altro.

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