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Principessa Mononoke, il ritorno di un capolavoro


Visto con Valentina, 15 anni

Principessa Mononoke, il ritorno di un capolavoro

Molto più violento degli altri flm di Hayao Miyazaki, la storia pone l'accento sulla brutalità della guerra e le sue conseguenze sulla natura che si ribella

di Francesco Argento 13/05/2014

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Torna al cinema Principessa Mononoke, uno dei – tanti – capolavori di Hayao Miyazaki (Il mio vicino Totoro, Porco Rosso, Il Castello Errante di Howl, solo per citarne alcuni), uscito per la prima volta nel 1997 e oggi riproposto nelle sale, sino al 15 maggio, grazie alla distribuzione Lucky Red, con un nuovo adattamento dei dialoghi e doppiaggio curato da Gualtiero Cannarsi, che ha rivisitato l’opera grazie a una traduzione più fedele all’originale e approvata dalla casa di produzione Studio Ghibli. I nuovi testi sono più crudi e aulici rispetto alla prima versione, e proprio per questo più vicini alle intenzioni dell’autore.
È l’occasione per me – figlio di Tex, Batman e Spider-Man – di vedere per la prima volta al cinema insieme a Valentina un anime, e che anime.
Principessa Mononoke, è un cartone animato epico, basato sulle vicende del giovane principe Ashitaka, impegnato a difendere il suo villaggio da un temibile e terribile demone cinghiale che gli procura una brutta ferita a un braccio.
Questa ferita, insidiosa e malevola, lo spinge a compiere un viaggio verso ovest per farsi curare dal dio della foresta Shishigami. Il viaggio è un’avventura del corpo e dell’anima, che lo porta, accompagnato dal fedele Yakkuru, una specie di centauro-stambecco, a incontrare strane creature come gli spiriti degli alberi (che, a mia figlia, curiosamente, evocano alcune atmosfere alla Tim Burton) ma soprattutto la affascinate guerriera-lupo San: ossia la Principessa Mononoke. Insieme a lei dovrà proteggere la foresta e il suo dio dagli abitanti del villaggio capitanato dalla leader Eboshi, che vuole radere al suolo la splendida foresta e tagliare la testa al dio.
Miyazaki è uno dei poeti del cartone animato giapponese, eppure resto un po’ fuorviato dalla eccessiva violenza iconografica che caratterizza molte scene, che invece sembrano non disturbare più di tanto mia figlia. È un segno dei tempi o c’è qualcosa di più? Beh, c’è qualcosa di più e me lo spiega proprio Vale, da esperta del settore quale è, in una sorta di dibattito a due post-film, che ricorda un po’ quelli dei cineclub dove andavo da ragazzino.
Principessa Mononoke, secondo Vale, va visto con un occhio diverso rispetto agli altri capolavori dello stesso autore, va guardato – dice proprio così – “da una certa distanza”, senza immergersi troppo con lo sguardo dentro l’opera, perché chi non conosce questo genere (ogni riferimento al papà non è puramente casuale) rischia di vederlo troppo da vicino, soffermando l’attenzione solo sugli aspetti più truculenti. Valentina, che oramai è un fiume in piena e mentre parla sembra trasformarsi fisicamente in un manga, conviene con me che la bravura del regista può offuscarsi all’occhio del profano a causa della eccessiva violenza di certe sequenze, ma non si deve perdere il messaggio della brutalità della guerra che tenta di distruggere la natura, con il risultato di un enorme caos e di pericoli per l’umanità.
A ben vedere il film offre di più. I livelli di significato sono molti, non solo guerra e natura che già basterebbero, ma anche l’amore, trattato non con la banalità edulcorata di tanti prodotti americani, e poi la storia giapponese, con il faro puntato intorno al 1500, con vicende d’Oriente mai narrate o quasi sui nostri libri di scuola e che Valentina e suoi coetanei conoscono attraverso i manga e gli anime.
Mia figlia esce soddisfatta e pronta a rivedersi tutti i film del regista che ha da poco annunciato il suo ritiro, ma la sua soddisfazione, le si legge negli occhi, va oltre il tema cinematografico, stavolta è stata lei il maestro e io l’allievo.

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