Recensioni

Ponyo, la sirenetta psichedelica


Visto con Marco, 4 anni

Ponyo, la sirenetta psichedelica

Miyazaki trasforma la fiaba di Andersen in un viaggio che parla il linguaggio dei bambini

di Luca Maragno 22/11/2012

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Ci sono certi film del regista Miyazaki che sembrano essere usciti dal post ’68, che sfiorano lo psichedelico, l’allucinogeno. Ponyo ne è un perfetto rappresentante: la storia della pesciolina con la faccia da bimba, che vuole diventare umana dopo aver conosciuto il bambino Sosuke e scappa da una specie di dio del mare un po’ matto e dai colori carnevaleschi, è perlomeno disorientante per chi è abituato a storie ancorate a logiche che si rifanno alla vita reale. Il mondo di Ponyo, invece, è completamente “selvaggio” da questo punto di vista, ogni minuto può accadere di tutto, non vi sono regole, nemmeno inventate all’interno del film stesso, a cui riferirsi. “Disorientati” sono, perlomeno, gli adulti, molto meno i bambini che non hanno un background acquisito di realtà, per loro è tutto nuovo e “vero”, sia esso un “reale” vigile urbano o una fantasiosa divinità marina con i capelli arancioni. Miyazaki è perfettamente consapevole di questo aspetto e di come comunicare ai giovani e confeziona le sue fiabe parlando proprio il linguaggio dei bambini. A tal proposito sono interessanti alcuni “extra” dell’edizione blu ray dedicati al Maestro, tra cui anche una intervista di 14′ dove si spiega che l’ispirazione del film proviene dalla visione de La Sirenetta, «non capivo come la sirena potesse trasformarsi in donna…».
I temi di Ponyo sono quelli cari al regista: l’accettazione della diversità; gli amori impossibili (qui a differenza di Arrietty, alla fine viene soddisfatto dalla tasformazione in forma umana di Ponyo, ma succede solo quando il piccolo Sosuke dice di volere bene all’amica in qualsiasi forma, sia pesce, sia pesce-bambina e sia bambina); la ribellione della natura agli abusi dell’Uomo (il dio marino rinnega il suo passato umano e scaraventa la furia del Mare contro gli abitanti di un villaggio).
Il tutto è messo in scena tramite il disegno tradizionale e la solita leggerezza e delicatezza che contraddistinguono i lavori dello studio Ghibli. In Ponyo si apprezza molto anche uno stile più “astratto” con certi momenti in cui gli sfondi sembrano colorati a pastello e che si rifanno alla sigla iniziale, un chiaro richiamo a certi quadri di Van Gogh.
La musica è classica, lirica, certi momenti sembra di udire la cavalcata delle Valchirie, a sottolineare scene epocali come quelle dello tsunami e il continuo trasformarsi delle onde del mare in pesci e in acqua, un effetto che rende bene l’idea di come il Mare possa essere “vivo”.
Marco è stato “rapito” da Ponyo. Sosuke, il bambino di 5 anni che va all’asilo e compie una serie di gesti quotidiani noti, è una leva che aiuta molto a immedesimarsi. Grande effetto sul suo immaginario ha avuto la barchetta sulla quale Ponyo e Sosuke si aggirano per il mare: «lo facciamo anche noi?».
Curioso, infine, il fatto che il dio marino lo abbia spaventato parecchio, inducendolo a cercare un abbraccio rassicurante a ogni sua apparizione: non sembrerebbe personaggio in grado di far paura non essendo cupo, né realmente cattivo, eppure… Anche questo fa parte evidentemente del linguaggio segreto dei bambini che Miyazaki pare conoscere alla perfezione.

 

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