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Pom Poko, c’erano una volta i tanuki


Visto con Riccardo, 7 anni

Pom Poko, c’erano una volta i tanuki

Una storia di natura violata, insieme amara e divertente, imbevuta del folklore giapponese e di un sacro senso di rispetto per tutte le creature viventi

di Demis Biscaro 20/04/2015

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Nel suo terzo film per lo Studio Ghibli del 1994, Isaho Takahata racconta una storia a sfondo ecologico che affonda profondamente le sue radici nelle tradizioni giapponesi. Protagonisti i tanuki, creature immaginarie inventate a partire dal cane procione, un mammifero comune in Giappone dalle sembianze simili ai nostri tassi ma in realtà imparentato piú strettamente con cani e volpi. Leggenda vuole che i tanuki quando non sono visti dall’uomo incedano su due zampe, assumendo una posizione eretta, e siano dotati della capacità di assumere l’aspetto degli esseri umani, di animali e perfino di oggetti di uso comune. I protagonisti del film di Takahata sfruttano questa loro originale abilità per ostacolare lo sviluppo del piano di ampliamento urbano di Tokyo che prevede la costruzione sulla collina di Tama, appena fuori la città, di un esteso quartiere residenziale, a discapito del paesaggio e soprattutto della fauna del luogo. Costretti in spazi sempre piú ridotti i tanuki mettono in atto delle vere e proprie azioni di sabotaggio contro ruspe e scavatori ma l’azione distruttrice dell’uomo non conosce freno.
Animismo shintoista, istanze ambientaliste e un gusto speciale per le leggende popolari trovano una sintesi dolceamara nel pessimismo realista di Takahata, cofondatore dello Studio Ghibli insieme ad Hayao Miyazaki (produttore del film), che muove un malinconico atto di accusa contro la sconsiderata urbanizzazione delle periferie verdi delle grandi città. Urbanizzazione che disgrega un paesaggio secolare e chiude la porta in faccia alla convivenza con gli animali, confinati in aree sempre più ristrette e condannati a combattersi e uccidersi tra loro per accaparrarsi un pezzetto di verde, destinato a essere anch’esso divorato dall’avidità dell’uomo nel giro di qualche anno.
La devastazione dell’ambiente va di pari passo con la perdita delle tradizioni e del senso del sacro: come si sradicano gli alberi così viene divelto dall’anima dei nuovi cittadini anche il senso di appartenenza a una terra sfigurata a tal punto da aver perso ogni fisionomia. Smarrite origini e identità, l’uomo non sa più distinguere la realtà dall’illusione, la tragedia dalla farsa e persevera nella sua opera di distruzione, senza cattiveria ma con un accanimento dettato da una stolida incapacità di vedere oltre i confini di un materialismo che ha seppellito, insieme alla natura, divinità e sogni sotto tonnellate di cemento. Tanto che perfino una fantasmagorica sarabanda di spiriti, mostri e creature soprannaturali, suscitata dalla convergenza dei poteri psichici di tutti i tanuki, viene interpretata dalla società come una prosaica trovata pubblicitaria di un nuovo parco dei divertimenti.
La popolazione dei tanuki si colloca sul versante opposto dell’efficientismo umano: festaioli, giocosi e poco avvezzi alla fatica (“Pom Poko” è un’espressione onomatopeica che richiama il rumore fatto dal loro ventre quando viene percosso come un tamburo), costituiscono una sorta di protagonista collettivo e si oppongono all’uomo con durezza, anche se preferirebbero riuscire a conviverci piuttosto che scacciarlo. Dal punto di vista grafico sono rappresentati principalmente come animali a quattro zampe o nel loro aspetto antropomorfo ma in qualche scena viene utilizzata anche una forma stilizzata che li rende molto simili a degli orsetti, omaggio ai disegni di Sugiura Shigeru, un anziano autore di manga molto apprezzato da Miyazaki.
Durante tutto il film si respira un’atmosfera giocosa ma venata di una strisciante malinconia che culmina nell’ultimo, spettacolare “attacco” dei tanuki, che nel disperato tentativo di mostrare all’uomo a cosa sta rinunciando, riescono a rievocare la bellezza mozzafiato del paesaggio naturale com’era prima dell’urbanizzazione.
Nonostante i numerosissimi riferimenti alla cultura giapponese (nomi di luoghi e personaggi, numerazione degli anni, spiritelli e figure tradizionali, ecc.) Riccardo si è fatto coinvolgere parecchio dalle peripezie di questi strampalati animaletti mutaforma, che col loro piglio simpatico e l’atteggiamento giocoso sono diventati presto i suoi nuovi beniamini. Grandissime risate suscitavano ogni volta i modi fantasiosi con cui i tanuki utilizzavano il loro scroto (!), estendibile come un paracadute e gonfiabile a dismisura, tanto da essere utilizzato come un macigno per schiacciare i nemici in battaglia (come riporta la tradizione giapponese). E naturalmente il messaggio ambientalista è stato recepito in modo inequivocabile.
Al di là del finale, dolente e amaro, colpisce una volta di piú la straordinaria capacità da parte degli artisti dello Studio Ghibli di essere riusciti a raggiungere il cuore degli spettatori anche attraverso un materiale tradizionale cosí distante da quello occidentale e di averci consegnato un originalissimo monito al rispetto di tutte le creature viventi.

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