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Pinocchio, che fatica crescere!


Visto con Alex, 3 anni

Pinocchio, che fatica crescere!

Lorenzo Mattotti, Lucio Dalla ed Enzo D'Alò trasformano in immagini il capolavoro di Collodi, arricchendolo di colori, di musica e di poesia

di Karin Ebnet 31/01/2013

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Il Pinocchio di Enzo D’Alò è uno dei più bei prodotti d’animazione italiana mai visti. Innanzitutto per il tocco unico e inconfondibile dell’autore nel raccontare le favole, che siano La gabbianella e il gatto, La freccia azzurra o Pinocchio poco importa: grazie anche ai disegni di Lorenzo Mattotti, i colori sgargianti che illuminano lo schermo, il contrasto dei toni e i fondali dalle tinte pastello trasportano lo spettatore in un mondo fatato dove tutto è possibile, anche il fatto che un pezzo di legna da ardere inizi magicamente a parlare e prenda vita sotto il sapiente tocco di scalpello di Geppetto. Le musiche di Lucio Dalla – alla sua memoria e a quella del padre del regista è dedicato il film – giocano un ruolo di primo piano, riempiendo l’aria di note orecchiabili e scandendo il ritmo della narrazione. Entrano nel cuore anche la dolcezza infinita di Geppetto, un padre che non si arrende mai davanti alla difficoltà di crescere un figlio e la poesia di alcune scene clou, come l’incontro con la “fata” turchina, l’amicizia con il cane Alidoro o il momento in cui Pinocchio ritrova l’amato babbo nel ventre del pescecane.
Sì, pescecane, perché D’Alò, nonostante qualche licenza (nelle ambientazioni e nell’ “invenzione” dell’isola dei balocchi, ad esempio), è rimasto sostanzialmente fedele al racconto d’origine, mostrando persino Geppetto rinchiuso in carcere.  Ma la fedeltà è soprattutto allo spirito del libro di Collodi: il regista restituisce al racconto l’“anima” che aveva perduto nella versione Disney. Pinocchio non esiste più in quanto singolo personaggio, ma diventa il simbolo della fanciullezza tout court, egoista, sciocca, vanesia e frenetica, ma mai cattiva. Il burattino, nel suo percorso di crescita che lo condurrà a diventare un bambino vero (simbolicamente un adulto), è ingenuo, si lascia abbagliare facilmente, usa poco la testa e dice le bugie solo perché sono (apparentemente) una via più facile alla risoluzione dei problemi. Il naso che si allunga è la rappresentazione della platealità delle bugie dei bambini, incapaci di sostenere l’inganno e immediatamente traditi dallo sguardo e dall’espressione birichina. Tutte le disavventure in cui inciampa Pinocchio durante la narrazione –  l’incontro con gli infidi Gatto e la Volpe, l’inaspettatamente generoso Mangiafuoco, la fuga coi monelli di scuola, lo sciocco Lucignolo e l’isola dei balocchi – rappresentano le tappe di un percorso di crescita che lo condurrà alla maturazione e quindi alla trasformazione da legno a carne e ossa nel momento in cui arriverà a rischiare la sua stessa vita pur di aiutare il padre a scappare dalla pancia del pescecane.
Alex era molto curioso di vedere al cinema la storia di Pinocchio perché quest’anno all’asilo stanno proprio “studiando” il racconto di Collodi, leggendo vari passaggi del libro e scoprendo tutti i personaggi attraverso i disegni e l’approfondimento delle caratteristiche di ciascuno. Forse troppo piccolo per apprezzare le musiche di Dalla, è rimasto però conquistato dai disegni (Pinocchio di Disney lo aveva lasciato indifferente) e soprattutto dalla fata turchina. Come Pinocchio pure lui è uscito dal cinema innamorato della bella bimba dai capelli azzurri e dai modi soavi. Ho temuto che potesse spaventarsi durante alcuni momenti “dark” del film, come la danza macabra compiuta dal Gatto e dalla Volpe quando incendiano l’albero su cui si è rifugiato il burattino, e invece il passaggio che lo ha inquietato di più è stato il sogno fatto da Pinocchio in cui si immagina la fatina morta. Ma alla spiegazione che si è trattato soltanto della raffigurazione di un sogno si è subito tranquillizzato ed è tornato a fantasticare sulla sua nuova innamorata.

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