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Percy Jackson e il mare dei mostri, un’avventura all’insegna del divertimento


Visto con Valentina, 16 anni

Percy Jackson e il mare dei mostri, un’avventura all’insegna del divertimento

Sono passati tre anni dal primo film. Percy Jackson con i suoi vecchi e nuovi amici vanno alla ricerca del vello d'oro e in ballo c'è la salvezza di tuttii semidei del Campo Mezzosangue. Avventura, effetti speciali e battute a raffica in questa nuova puntata della saga con protagonista l'eroe interpretato da Logan Lerman

di Francesco Argento 16/09/2013

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Sono passati tre anni (troppi, secondo mia figlia Valentina) dal primo film della saga di Percy Jackson, il giovane figlio di Poseidone interpretato da Logan Lerman che ha fatto la fortuna dello scrittore Rick Riordan. Il film riparte esattamente dove ci eravamo lasciati nel 2010, ovvero nel Campo Mezzosangue, base di addestramento dei semidei, nati dall’unione di una divinità e un comune mortale. Percy (l’eterno ragazzo Logan Lerman), oramai scagionato dall’accusa di aver rubato la folgore di Zeus, ha ripreso il suo percorso di formazione ed ha qualche problema di convivenza con una new entry di questi straordinari allievi, la battagliera Clarissa, figlia di Ares il dio della guerra. Tra le altre novità del sequel c’è la presenza di Dioniso (uno straordinario Stanley Tucci, a suo agio in ogni personaggio) che tra una libagione e un’altra prova a dirigere il Campo, un nuovo Chirone interpretato da Anthony Head  e il ciclope buono Tyson (Douglas Smith), dall’acconciatura quasi rasta e un atteggiamento tra il maldestro e il geniale. Confermati sia Annabeth (Alexandra Daddario) che il satiro e battutista Grover (Brandon T. Jackson). Tra prove e insegnamenti, la vita del Campo Mezzosangue sembra procedere come di routine, anzi l’atmosfera è per quanto possibile ancora più scanzonata e divertita, a volte anche divertente, rispetto al primo capitolo. Come sottolinea Valentina, il paragone con il rivale inglese Harry Potter diventa sempre più improponibile («che c’entra papà, è tutta un’altra cosa» risponde alla mia improvvida domanda su chi sia il suo preferito tra i due).
Chi cercava qualche messaggio, anche vago, filosofico o esistenziale resta deluso, non si va oltre le tematiche dei tanti serial tv di ambientazione liceale; che poi al posto del liceo ci sia un campo per semidei poco cambia. L’entrata in scena di Tyson, il giovane ciclope, è un evidente parabola sull’accettazione del diverso, un tema importante nella formazione adolescenziale, ma che nel suo sviluppo narrativo spiazza leggermente sia me che mia figlia, che nota come al ciclope viene fornita una soluzione magica per non apparire cosi com’è. Magari è un espediente necessario allo svolgimento del soggetto cinematografico, ma tant’è.
Tra battute, scherzi e schegge di mitologia greca for dummies la barriera invisibile che protegge il luogo dalle entità malvage sembra indebolirsi a causa dell’avvelenamento del pino magico generato dalle spoglie di Talia, la figlia di Zeus. La cura? Recuperare il mitico vello d’oro custodito da Polifemo in una zona nota come il Mare dei Mostri, più volgarmente conosciuta da noi miseri umani come il Triangolo delle Bermude. E così inizia il viaggio dell’eroe, anzi degli eroi, verso la salvezza e la consapevolezza dei propri mezzi. E inizia anche il mio viaggio della memoria, quando il vello d’oro era oggetto di caccia de Gli Argonauti, mitico film del 1969 con gli effetti di Ray Harryhausen, padre di tutti i mostri e degli effetti speciali della storia del cinema.
In questo Percy Jackson e Gli dei dell’Olimpo: Il Mare dei Mostri (questo il titolo completo) le creature computer generated la fanno da padrone, entrano in scena di prepotenza e sono dure ad andarsene, rubando il palcoscenico per lunghissime sequenze. La scelta del regista Thor Freudenthal  è quella di virare parecchio sul tono da commedia. Non a caso il sig. Thor – nome impegnativo per un regista di fantasy – prima ha girato Diario di Una Schiappa e se all’inizio questa direzione comico-umoristica sembra potenzialmente deludente per i fan, alla fine si rivela azzeccata, i colori sono vivaci, le battute spesso fumettistiche, quasi da incorniciare in un balloon. «È abbastanza fedele al libro», sentenzia Valentina sui titoli di coda, e dietro quell’abbastanza c’è tutta la diversità di atmosfera, di minor coinvolgimento avventuroso in favore di qualche sorriso e di una spettacolarità entusiastica.
La vera missione di Percy non è recuperare il vello d’oro, ma intrattenere, divertire e, possibilmente, farlo con riprese di qualità e tecnologie digitali all’avanguardia. Se questa era la missione del film allora può dirsi compiuta.

 

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