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Panico al villaggio, quando la tecnica sostituisce l’ispirazione


Visto con Riccardo, 6 anni

Panico al villaggio, quando la tecnica sostituisce l’ispirazione

Una storia bizzarra e frammentaria, raccontata con uno stop motion ai limiti del virtuosismo

di Demis Biscaro 21/11/2012

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Cowboy, Indiano e Cavallo sono un cowboy, un indiano e un cavallo (guardacaso!) che vivono sotto lo stesso tetto da buoni amici. Il giorno del compleanno di Cavallo, Cowboy e Indiano decidono di costruirgli un barbecue e comprano su Internet i 50 mattoni necessari all’opera. O almeno così credono perché per un errore ne ordinano suppergiù cinquantamila milioni di miliardi di miliardi di miliardi dando il via ad una serie di disavventure sempre più catastrofiche e paradossali.
Basato sui personaggi di un’omonima serie televisiva belga, Panico al villaggio è realizzato con una tecnica di stop motion che ha dell’incredibile. Anziché utilizzare dei pupazzi in materiale modellabile, i due registi si servono di figure perfettamente rigide, simili ai soldatini di plastica a basso costo che tipicamente finiscono semidimenticati sul fondo delle scatole dei giochi dei nostri figli. Essendo impossibile modificare la posizione di braccia e gambe di questi modellini, per generare l’illusione del movimento le figure vengono via via rimpiazzate, fotogramma dopo fotogramma, con altri esemplari che rappresentano lo stesso personaggio messo però in una posa diversa. Se lo stop motion tradizionale richiede una notevole dose di pazienza e abilità, questa operazione di artigianato cinematografico è a dir poco strabiliante (sono state utilizzate oltre 1500 figure diverse!) e come tale non può che essere ammirata.
Altrettanto inconsueta e fuori dai canoni è la storia, in cui quasi tutti i personaggi hanno un nome che ricalca il loro ruolo sociale (oltre ai tre protagonisti ci sono anche Poliziotto ed Asino, ad esempio) e dove normalità è una parola del tutto fuori luogo. Creature marine che rubano pezzi di muro per costruirsi una casa sott’acqua a testa in giù, mucche che si lanciano col paracadute, cavalli che girano per strada guidando buffe macchinine squadrate sono all’ordine del giorno, tanto per fare qualche esempio. Tuttavia l’impressione è che nel suo complesso l’operazione miri più a stupire lo spettatore che non ad intrattenerlo e si fa concreto il sospetto che il virtuosismo tecnico serva a mettere in secondo piano le lacune di una sceneggiatura a corto di ispirazione.
“Bello ma un po’ lungo” ha infatti commentato Riccardo alla fine del film e se si tiene conto che la durata è solo di 75 minuti è chiaro che qualcosa non ha funzionato. In effetti dopo la prima mezz’ora la storia perde di coesione assumendo i connotati di un collage di situazioni bizzarre e surreali che si susseguono per mera accumulazione piú che per reale necessità narrativa, per cui l’attenzione fatica a rimanere desta nonostante la presenza di qualche robusto pezzo hard rock in colonna sonora. Oltretutto non c’è nessun messaggio di fondo da recepire, solo una scanzonata atmosfera anarchica con cui trastullarsi in attesa dei titoli di coda.
Da principio Riccardo si è divertito ma poi come me ha cominciato ad annoiarsi e a perdere interesse. Il suo personaggio preferito era Cowboy, sempre agitatissimo e frenetico, uno scansafatiche nato che ne combina di tutti i colori. Ogni tanto al mattino ci salutiamo ancora come facevano i protagonisti: “Ciao Cavallo!” “Ciao Cowboy!” e ci facciamo qualche risata ma, gag a parte, Panico al villaggio non ha lasciato dietro di sè tracce significative.

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