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Oceania, il coraggio di essere se stessi – La recensione


Visto con Alex, 7 anni, Giorgio, 5 anni

Oceania, il coraggio di essere se stessi – La recensione

Il film più complesso di casa Disney porta la firma dei papà de La Sirenetta, che hanno dato vità alla più indomita delle principesse

di Karin Ebnet 25/11/2016

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Un film così non lo avete mai visto. I registi de la Sirenetta John Musker e Ron Clements ritornano nel mare per raccontare una storia di coraggio, ribellione, saggezza, libertà, sofferenza, comprensione e amore incondizionato. Il tutto all’interno di una cornice animata che rasenta la perfezione.

Vaiana (in originale Moana ma in Italia il nome riportava alla mente situazioni poco adatte alle atmosfere disneyane) è la principessa di un piccolo villaggio su una piccola isola in mezzo all’Oceano Pacifico di duemila anni fa. Il suo popolo vive di pesca e della raccolta delle noci di cocco, ma qualcosa di oscuro sta minacciando la serenità e spensieratezza di tutti. I pesci stanno scomparendo e le noci di cocco sono avariate, come sopravviveranno? Contro il parere del padre che, per la sicurezza della sua gente, ha proibito di superare il reef, Vaiana ascolta la voce della nonna morente e il proprio cuore per seguire un’avventura che riporterà la pace sulla sua Terra. Ma, per farlo, dovrà prima convincere il semi dio Maui, colpevole di aver rubato il cuore della dea Te Fiti, a restituire il maltolto.

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Come ogni principessa Disney che si rispetti, Vaiana è testarda, indomita e ribelle. Affine a Rapunzel, agogna la libertà, ma il suo è un fine più altruistico: la libertà la vuole per il suo popolo che, da esperto navigatore qual era, si è rinchiuso tra le capanne di un piccolo villaggio. Proprio come Ariel, che sognava la superficie, lei sogna orizzonti lontani. L’avventura che vivrà sarà un di più, un qualcosa che deve fare per seguire il suo cuore, una missione che deve affrontare per diventare adulta e responsabile. E, come Elsa, non permette a nessuno di dirle chi deve diventare. Sarà lei stessa a trovare la sua strada, a capire chi è realmente e in quale direzione dovrà andare il suo futuro.

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Vaiana è una perfetta sintesi di quello che è la nuova eroina disneyana con in più una fisionomia che si allontana dalle figure femminili che abbiamo conosciuto finora. Più vicina a Merida che alle altre, Vaiana è magra ma tonica, non ha il vitino da vespa e le sue gambe sono robuste.

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Le donne sono il cuore pulsante di Oceania. La nonna, che con il mare ha sempre vissuto in armonia, aiuta la nipote a trovare la sua strada. La mamma le dà forza e da lei Vaiana trova comprensione. Mentre la dea Te Fiti è colei che dà la vita, ed è meglio non farla arrabbiare. Gli uomini hanno un ruolo molto più marginale e con molte meno sfumature delle controparti femminili. Il padre di Vaiana è ottuso fino all’eccesso, il semi dio Maui è vanesio e molto meno eroe di quanto non possa sembrare, e il mare, che pareva fosse un altro protagonista del film, in realtà gioca più il ruolo dell’arbitro col compito di controllare che tutto vada secondo lo schema. Al fianco di Vaiana poi ci sono anche due animaletti: il maialino Pua e il gallo HeiHei. Mentre il primo punta sulla tenerezza con movenze simili a quelle di un cucciolo di cane ma resta sempre sullo sfondo, il secondo ruba la scena e strappe le uniche risate del film. Tutti hanno potenzialità nascoste, persino un gallo fuori di testa che si rivela prezioso proprio quando meno ce lo si aspetta.

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La storia, molto più lineare e priva di originalità di quanto non lasciava sperare, è il punto debole di un film che trae la sua vera forza dalle immagini (anche se un paio di battute memorabili ci sono). L’animazione dei personaggi e della natura è sbalorditiva e l’attenzione ai dettagli è impressionante. L’acqua, che non ha niente in comune con il fotorealismo de Il viaggio di Arlo, ha sfumature di colore mai viste in un film animato e delle trasparenze che ingannano l’occhio e la rendono viva e reale. Ma più di tutto sono i capelli a rubare l’attenzione. Per la prima volta si spettinano, danzano al vento, danno persino fastidio e impiccio e vivono di vita propria.

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Oltre alla tecnica, a lasciare a bocca aperta è anche la regia, paragonabile a quella di un film live action. Accantonata la staticità delle inquadrature di una pellicola animata convenzionale, John Musker e Ron Clements giocano con i punti di vista, cambiano la prospettiva e ricreano incredibili movimenti di macchina che sembrano usciti da Mad Max Fury Road (vedi la scena con i pirati Kakamora). Un vero spettacolo per gli occhi accompagnato da una musica incisiva che si sposa perfettamente con le immagini ma che non ha la stessa potenza di quella avuta in Frozen. Anche le canzoni, molto orecchiabili, non hanno la stessa forza trainante di un Let it Go o di un Facciamo un pupazzo insieme.

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Tra tutti i film Disney questo è forse il più complesso. In ogni inquadratura ci sono tantissimi input visivi che rendono la visione ricca e saziano gli occhi. Ma attenzione ai più piccoli, che potrebbero non riuscire ad assimilare tutti i dettagli. Giorgio è rimasto spiazzato da Oceania e per la prima volta in cinque anni si è sentito a disagio per tutto il film. Lo inquietava l’acqua, aveva paura in ogni scena d’azione per il realismo con cui sono state realizzate e si è rassicurato solo una volta seduto in braccio. La storia alla fine gli è comunque piaciuta, ma non aveva lo stesso entusiasmo del fratello di due anni più grande. Alex, sette anni, si è goduto ogni inquadratura, ha ritrovato lo stesso pathos dei suoi adorati cinecomic e ha trovato un’eroina femminile con la quale si sente affine. Mentre lui difficilmente rivedrebbe le avventure di Rapunzel o la Sirenetta, Vaiana lo ha conquistato e forse un po’ fatto innamorare. E il primo amore non si scorda mai!

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