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Navigator, oltre i confini dell’infanzia


Visto con Riccardo, 7 anni

Navigator, oltre i confini dell’infanzia

Una storia di formazione fantascientifica a base di viaggi nel tempo, creature aliene e voli alla velocità della luce

di Demis Biscaro 27/09/2013

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Prima o poi capita a tutti, da bambini. D’un tratto il mondo che ci sta attorno non è più lo stesso: mamma ha l’aria stanca e qualche ruga in piú sulla fronte e papà, a ben vedere, non ha la soluzione a tutti i problemi del mondo. In realtà nulla è cambiato ma tutto è diverso perché siamo noi a guardarci intorno con occhi nuovi. È l’infanzia che trascolora nella preadolescenza e all’inizio è sempre un piccolo shock. I punti di riferimento vacillano e ci si ritrova soli (o almeno così si crede…) al centro del mondo a sperimentare per la prima volta che il corso della vita dipende anche dalle nostre decisioni.
Di questo parla Navigator e lo fa con una storia semplice ed efficace, che mette fantascienza ed effetti speciali al servizio di un potente senso del meraviglioso. Protagonista è David, un ragazzino di dodici anni che dopo aver perso i sensi per qualche ora a seguito di una caduta fa ritorno a casa per scoprire che i genitori e il fratello non solo vivono altrove ma sono pure invecchiati di otto anni. E con loro tutto il mondo, mentre per lui il tempo non è passato. David scoprirà di aver viaggiato a velocità relativistica su un’astronave aliena fino ad un remoto pianeta, ma ora che il computer di bordo ha bisogno delle mappe contenute nella sua testa è determinato a farsi riportare indietro nel tempo a quella fatidica sera.
In questa metafora dell’infanzia perduta, la nostalgia per il tempo andato si mescola al senso di ebbrezza per i nuovi orizzonti inesplorati che si spalancano letteralmente davanti agli occhi del protagonista (e dello spettatore). L’astronave aliena su cui viaggia David è la materializzazione delle nuove potenzialità di cui ogni preadolescente prende coscienza crescendo, non a caso il computer di bordo finisce per assimilare una parte della personalità del protagonista entrando in simbiosi con lui.
Quando avevo visto il film da ragazzino ero rimasto incantato dall’interno dell’astronave, un’unica superficie riflettente arabescata di scanalature e rilievi metallici fatti apposta per ipnotizzare lo sguardo di un bambino. Ma quello che più mi aveva colpito era la peculiare atmosfera di cui era pervasa, un elettrizzante misto di attrazione e minaccia, con quell’occhio cibernetico che si spostava da una parte all’altra dello scafo e un piccolo zoo di creature aliene dalla natura indecifrabile.
Riccardo, dal canto suo, è rimasto molto coinvolto dalla storia, facendo proprio il punto di vista del protagonista tanto da non riuscire a darsi ragione del fatto che fosse rimasto indietro di otto anni. “Secondo me è un sogno” ha esordito quando ha visto che la famiglia di David non abitava più nella sua casa. Poi è arrivato addirittura ad ipotizzare che genitori e fratello fossero stati colpiti da una malattia che causava un invecchiamento precoce. Quando infine è stato tirato in ballo il viaggio a velocità prossima a quella della luce ho dovuto fargli un brevissimo excursus sulla relatività (ad uso dei fruitori di fantascienza) ma non è rimasto molto sorpreso dalla dilatazione del tempo, probabilmente perché la sua concezione del mondo fisico non è ancora legata agli schemi rigidi di un adulto. Naturalmente con la sua istintiva passione per mostri e mostriciattoli si è innamorato come prevedibile del piccolo diavoletto marino extraterrestre che David porta a casa con sé.
Pur scontando alcune ingenuità (gli adulti sono poco piú che macchiette, la base della NASA è una caricatura dei laboratori scientifici) il film, prossimo al trentesimo compleanno, mantiene intatto il suo appeal e anche se la colonna sonora e le apparecchiature elettroniche sono evidentemente datate, gli effetti speciali hanno retto bene il trascorrere del tempo.
Paradossalmente una componente importante della forza emotiva della storia ha origine anche da un finale sostanzialmente consolatorio. Con la sua ultima scelta infatti David decide di regredire a quell’infanzia che era stato chiamato ad abbandonare, in un’involuzione personale appena mitigata dalla consapevolezza che il futuro è dietro l’angolo. Un po’ più di coraggio avrebbe giovato alla pellicola ma dopo tutto come negare ad un ragazzino un’ultima gita in barca con mamma e papà?

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