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Mune – Il guardiano della luna, i colori delle favole


Visto con Alex, 5 anni, Giorgio, 4 anni

Mune – Il guardiano della luna, i colori delle favole

Piccolo capolavoro di originalità che può vantare uno stile estetico unico, Mune è diretto da Alexandre Heboyan e Benoit Philippon che hanno realizzato una favola classica arricchendola di riferimenti mitologici e omaggi al cinema d'animazione di Miyazaki e Ocelot

di Karin Ebnet 6/02/2015

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Il sole e la luna, la luce e il buio. Due universi diametralmente opposti eppure indissolubilmente legati, perché non potrebbero esistere l’uno senza l’altro. È da questa contrapposizione che parte la storia di Mune, film d’animazione francese in computer grafica che segue le avventure di un piccolo fauno pasticcione che viene scelto, a sorpresa, come nuovo guardiano della Luna. Ovviamente già dalla prima sera Mune combina un enorme guaio, finendo per perdere l’astro e innescando una serie di eventi che conducono al furto del sole da parte di un ex guardiano in cerca di vendetta. Al piccolo fauno, al guardiano del sole Sohone e a Glim, ragazza fatta di cera, spetta il compito di ritrovare gli astri e di ricollocarli in cielo prima che sia troppo tardi.
Piccolo capolavoro di originalità che può vantare uno stile estetico unico, Mune parte da due colori opposti – il bianco-il nero, la luce-il buio, il sole-la luna – per parlare del “lato oscuro” che si nasconde in ognuno di noi. Il male non è insito nelle persone, ma penetra dai lati più deboli e si annida crescendo e moltiplicandosi fino ad oscurare quanto abbiamo di positivo. Il mellifluo diavolo tentatore è rappresentato nella classica forma del serpente, ma coraggiosamente mostrato in 2D in contrapposizione al 3D degli altri personaggi e dello sfondo, facendogli così acquisire una dimensione più onirica e surreale.
Partendo da questo forte contrasto, il film esplora tutta la palette cromatica fino ad arrivare ad un finale in cui i colori si mescolano e convivono in perfetta armonia, tanto da ricordare i quadri di Klimt. La storia non è tra le più originali, ma non era l’intento di Alexandre Heboyan e Benoit Philippon, i registi, che hanno arricchito una storia dal classico impianto favolistico con riferimenti mitologici, messaggi educativi e omaggi al cinema di Hayao Miyazaki (le creaturine di Principessa Mononoke), di Michel Ocelot e DreamWorks. D’altronde Heboyan nel suo curriculum vanta la collaborazione ad Azur e Asmar e Kung Fu Panda 2, entrambi film di cui si percepisce la chiara influenza. Dal primo è stato mutuato l’uso e l’equilibrio estetico dei colori, mentre dal secondo sono derivati alcuni spunti di sceneggiatura (come il panda Po, Mune è un essere apparentemente inadatto al compito per il quale viene investito ma come lui dimostrerà mediante un percorso di formazione di essere la scelta giusta) e il flashback in animazione 2D.
Di grande impatto sono anche i protagonisti, non eroi tutti d’un pezzo ma creature ricche di difetti e per questo molto “umane”: Mune è un fauno pigro, svogliato e timido, Sohone è vanesio e superficiale mentre Glim è asociale ed è dotata di poco tatto. Eppure è a loro che viene affidato il destino del mondo, perché sapranno trovare il coraggio e la forza di guardare dentro sé stessi e dar fondo alle loro capacità. Una lezione importante per i bambini che riescono facilmente ad identificarsi con loro e a recepire il messaggio che tutti abbiamo dei talenti nascosti, basta saperli trovare.
La storia, tra mitologia e favola, è stata seguita con facilità da Alex, mentre Giorgio ha fatto un po’ più di fatica a comprendere tutti i risvolti di una vicenda complicata da doveri e vendette. Questo però non gli ha affatto impedito di innamorarsi perdutamente del film e di sognare di acchiappare la luna con un lazo come fa Mune. Alex invece ha dichiarato solennemente che era il film più bello che avesse mai visto e avrebbe voluto scendere nelle profondità insieme a Sohone per tirare un pugno sul naso al malvagio vendicativo. Ma soprattutto è rimasto colpito dalla storia d’amore tra Mune e Glim che ha fatto emergere ancora una volta il suo lato romantico.

 

 

 

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