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Matilda 6 mitica, W l’intelligenza!


Visto con Riccardo, 7 anni

Matilda 6 mitica, W l’intelligenza!

Una dark comedy per famiglie, grottesca e divertente, capace di veicolare messaggi importanti e intrattenere in modo originale spettatori grandi e piccoli.

di Demis Biscaro 29/04/2013

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A sei anni Matilda sa scrivere, leggere e far di conto meglio di un adulto ed è perfettamente in grado di badare a sé stessa. I suoi genitori però non ci fanno molto caso. Suo padre Harry è troppo occupato a vendere auto usate a prezzi disonesti mentre sua madre Zinnia è talmente svampita che passa tutte le giornate a giocare a bingo. Appena possono la insultano ma per lo più la ignorano. Solo la sua dolce maestra, la signorina Honey, ha capito di avere a che fare con una bambina prodigio. Peccato che la nerboruta preside, Agatha Trinciabue, la consideri nient’altro una mocciosa rompiscatole, buona solo per essere rinchiusa nello strozzatoio, uno stanzino strettissimo con le pareti rivestite di cocci di vetro e chiodi accuminati. Ma la piccola Matilda ha un potere segreto che la aiuterà a rimediare a tutti i soprusi…
Al suo quarto lungometraggio per il grande schermo, Danny DeVito rilegge il celebre romanzo “Matilde” di Roal Dahl conservandone lo spirito e traducendo le invenzioni fantastiche dello scrittore in modo accattivante ed efficace. Lo strozzatoio, il gatto scagliato con una pedata fuori dal giardino, la bambina scaraventata per le trecce oltre la recinzione della scuola e lo stesso “superpotere” di Matilda: tutto è reso con una freschezza ed un gusto per il grottesco che si accordano alla perfezione con l’immaginario infantile e strizzano l’occhio agli adulti, per forza di cose più smaliziati. La regia, sostenuta da una fotografia vivace e ricca di chiaroscuri, gioca abilmente con la macchina da presa per rendere al meglio una realtà deformata dagli occhi ingenui di una bambina che basa la propria valutazione del mondo sul confronto degli opposti. Così alle inquadrature strettissime sul viso paonazzo della Trinciabue fanno da contraltare i ritratti leggiadri della signorina Honey, e ai modi cordiali di Matilda si oppone la gestualità volgare ed invadente dei suoi genitori, enfatizzata da una recitazione volutamente caricaturale e sopra le righe.
Il messaggio del film è chiaro fin da principio, quando il narratore informa gli spettatori che “Harry e Zinnia Wormwood abitavano in un bel quartiere, avevano una bella casa ma non erano belle persone”, come a dire che il successo e il benessere non sono altro che muri di cartapesta dietro i quali si celano dei mostri, imbruttiti nell’animo (e nei tratti somatici) dal loro attaccamento ai falsi ideali della ricchezza e dell’apparenza. La vera bellezza proviene viceversa dalla lettura, dall’intelligenza e dalla cultura in generale, la sola in grado di arricchire interiormente. E per analogia se ciò che più conta è l’intesa spirituale ed emotiva che si stabilisce tra anime affini ecco che una famiglia non è formata semplicemente da alcuni individui costretti da vincoli biologici alla coabitazione ma da un gruppo di persone che amano stare insieme e accudirsi l’un l’altro.
Memore dell’esperienza con James e la pesca gigante, Riccardo ha liquidato la questione delle differenze tra il romanzo (terminato da poco) e il film esibendo una nonchalance da lettore cinefilo di lungo corso: “Be’ i film sono sempre diversi dai libri, si sa!”. La verità è che l’atmosfera grottesca della pellicola ha fatto presa sul suo immaginario molto di più delle trovate fantastiche di Selick, tanto che anche laddove io sorridevo di fronte a qualche evidente esagerazione lui rimaneva serio, consapevole che si trattava di un’esagerazione ma in qualche modo colpito da quello che vedeva. Naturalmente ha riso di gusto per molte gag (più di tutto per il lancio della bambina oltre la recinzione della scuola) e ha seguito con partecipazione le disavventure della protagonista con cui si è identificato nonostante non si trattasse di un personaggio maschile.
Penalizzato da un demenziale titolo italiano che rimanda a prodotti televisivi di dubbio gusto, il film di Danny DeVito a conti fatti è una vera e propria dark comedy per famiglie, capace perfino di incorporare stilemi tipici dell’horror e del thriller, alleggerendoli con una vena comica mai banale a beneficio di un pubblico giovanissimo. Un inno gustoso e dissacratorio all’intelligenza e al buon gusto, qualità, ahimè, sempre più rare.

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