Recensioni

L’Uomo Tigre, la lotta per l’anima


Visto con Marco, 4 anni

L’Uomo Tigre, la lotta per l’anima

Un personaggio tormentato, pieno di dubbi, paure e angosce a cui non resta che fare una sola cosa: lottare per affrontare la vita

di Luca Maragno 26/09/2012

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L’Uomo Tigre è realisticamente violento, per questo lo consigliamo ai 12+. Come spiegato nell’articolo Età consigliata, cortocircuiti e chiarimenti dopo aver «appurato, tramite una visione sempre condivisa, che le immagini violente non lo turbavano né lo spaventavano, ho deciso di far vedere l’Uomo Tigre a mio figlio Marco, che di anni ne ha solo 4». Motivo? Innanzitutto perché la dinamica estremamente semplice che vede in ogni episodio un combattimento wrestling con il cattivo di turno è talmente basica da essere alla portata anche dei bambini più piccoli. Poi perché ritengo vi siano nell’Uomo Tigre dei valori morali forti e condivisibili, attraverso sottotrame e sottotesti che riescono ad arrivare ai più piccoli anche grazie alla presenza dei bambini dell’orfanotrofio, con cui è facile identificarsi.
I conflitti del protagonista, infatti, sono vissuti in prima persona e anche attraverso gli occhi dei bambini che lo tifano guardandolo in tv, da bordo ring e lo immolano a loro eroe proprio come fa lo spettatore reale. Questo aspetto è una molla metalinguistica che spinge l’Uomo Tigre sulla strada del bene. Perché c’è anche da scontare e stare bene attenti a cosa capita nei primi tre episodi, dove l’Uomo Tigre lotta e vince usando tutti i trucchi scorretti imparati dalla malvagia Tana delle Tigri. Insomma per un bel pezzo c’è un conflitto stridente nello spettatore: l’eroe della serie è cattivo, senza se e senza ma.
Solo quando L’Uomo Tigre si rende conto di essere preso a esempio, di essere un eroe-modello per i bambini dell’orfanotrofio (e quindi anche dello spettatore), capisce di dover cominciare a lottare correttamente per vincere. Da lì in poi il protagonista diventa un personaggio pieno di conflitti da superare. Piuttosto che scegliere la facile via della fuga, decide di affrontare una organizzazione che lo vuole morto. Piuttosto che sopravvivere in modo scorretto, sceglie di lottare in modo esemplare, anche a costo della vita. Il tutto per aiutare economicamente i bambini di un orfanotrofio, almeno dal punto di vista pratico. Perché in realtà, è il percorso che l’Uomo Tigre si è scelto per espiare i suoi peccati e redimere la sua anima.
L’animazione è molto grezza (il cartoon è del 1969!) ma con grande carattere: le linee morbide e tonde sono abbandonate per abbracciare corpi spigolosi e “duri”, perfetti per i temi trattati.
Marco si è fatto un sacco di interrogativi, anche perché soprattutto nella parte iniziale della serie ho insistentemente ripetuto che il comportamento dell’Uomo Tigre non era il modo giusto di affrontare le cose. Quando poi ha cominciato a fare del bene è stato proprio Marco a sottolinearlo più volte, senza domande, ma con affermazioni decise: «ora lotta corretto!». C’è da dire che Marco è un bambino molto fisico e la lotta col papà è il suo momento di gioco preferito: vedere combattimenti in tv va a toccare corde assai stimolanti. Il risultato? La visione delle puntate si trasforma in un piccolo incontro wrestling tra padre e figlio, ovvero tra il cattivo di turno e l’Uomo Tigre. Per me una specie di palestra, per lui un modo più creativo di “fare la lotta”. Il suo nemico preferito? L’uomo gorilla, perché a un certo punto piange e da macchina assassina scopre il rispetto dell’avversario. Tanto per sottolineare che anche gli antagonisti hanno un forte spessore e i bambini percepiscono anche quello.

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