Recensioni

L’Uomo d’acciaio, un superalieno in soccorso della Terra


Visto con Valentina, 15 anni

L’Uomo d’acciaio, un superalieno in soccorso della Terra

Il Superman Zack Snyder è un eroe fragile e solitario che si muove sullo sfondo di ambientazioni cosmiche ed effetti speciali impressionanti

di Francesco Argento 17/06/2013

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Non era facile rilanciare Superman, il capostipite dei supereroi creato nel 1938 e anche primo protagonista dei cinecomics dell’era moderna, quando il compianto Christopher Reeve lo interpretò nel 1978. Eppure la sfida, almeno sotto l’aspetto della qualità cinematografica e autoriale, è riuscita. L’Uomo d’Acciaio, diretto da Zack Snyder e prodotto da Christhoper Nolan, il regista dell’ultima trilogia di Batman, è qualcosa di diverso, qualcosa di più e di altro del reboot di un personaggio.
È una interpretazione adulta e introspettiva dell’eroe più famoso del mondo, confezionata in maniera perfetta e raccontata con i volti di attori eccezionali. L’Uomo d’Acciaio, diciamolo subito, è più un ottimo film di fantascienza che un cinecomic. Chi si siede sulla poltrona di velluto aspettando che Clark Kent entri in una cabina telefonica per levarsi la camicia, mostrare il costume con la “S” e sentenziare “Questo è un lavoro per Superman!” ha sbagliato film.
Ambientazioni cosmiche, effetti speciali sontuosi ed anche a loro modo impressionanti: «se fossi stata più piccola queste scene mi avrebbero fatto paura», mi sussura all’orecchio Valentina quando entrano in scena inquietanti e metamorfiche presenze robotiche che popolano il pianeta Krypton. Un pianeta prossimo all’implosione. Mancano pochi giorni alla fine, ma c’è ancora tempo per la nascita di Kal-El, figlio dello scienziato illuminato Jor-El (uno straordinario Russell Crowe) e di  Lara Lor-Van (Ayelet Zurer). Kal-El, figlio naturale in un mondo dove le nascite venivano oramai programmate in maniera funzionale alle esigenze della società, viene imbarcato su una navicella e lanciato nello spazio con il codice genetico del suo popolo, prima che il malvagio Zod (Michael Shannon) riesca a impedirne la partenza. Atterrato nei pressi di una fattoria del Kansas, a Smallville, Kal viene adottato dai coniugi Jonathan e Martha Kent, (altra coppia d’assi formata da Kevin Costner e Diane Lane) che lo educano con affetto infinito e grande senso morale.
Kal-El però è alieno con poteri soprannaturali e questo fa di lui un emarginato, anche perché deve nascondere al mondo quella che è la sua vera natura. Un mondo che non è ancora “pronto”ad accoglierlo, come gli ricorda sempre “papà”Jonathan.
Ne esce fuori un Superman contrastato, lontano dall’icona pop e solare del passato e la stessa luce del film, fredda e metallica, ci allontana da quello stereotipo. La minaccia cosmica di Zod incombe e ovviamente tornerà a colpire, ma non è qui il caso di anticipare come. L’eroe protagonista mostra nel corso del film la propria fragilità, le difficoltà del suo ruolo di figlio di due famiglie, l’esistenza vissuta in maniera solitaria e priva di amicizie, spettro questo non solo dei ragazzi con superpoteri ma anche di tanti adolescenti. A questa situazione subentra col tempo la forza e la determinazione del predestinato, quasi una figura divina, discesa dal cielo. E il paragone religioso non sembri azzardato anche perché tangibilmente voluto dallo sceneggiatore David S. Goyer che, non a caso, fa rivelare al mondo  la presenza di Superman (l’attore è l’inglese Henry Cavill, ancora non ve lo avevo detto) quando Clark Kent compie 33 anni e in alcune sequenze lo stesso eroe, più che volare, sembra ascendere. E proprio queste tematiche, insieme a quelle familiari, rendono il film uno tra i cinecomic più ricco di temi “educativi” tra i tanti che sono stati prodotti a Hollywood negli ultimi anni. Valentina, che come gran parte dei ragazzi della sua generazione considerava Superman un supereroe “meno figo” se ne accorge e segue, quasi con sorpresa, l’evoluzione del personaggio, e i momenti più intensi. Una scena in particolare (perdonate il quasi-spoiler!), lascia il segno: quando l’adolescente Clark Kent non salva il padre adottivo da un tornado. È un momento cruciale, che racconta di come sia difficile, sino all’estremo, fare delle scelte per un bene superiore. E per un cinefumetto non è cosa da poco.
Mia figlia (ne parleremo all’uscita della sala) coglie l’anima dei diversi genitori di Superman, padre geniale ma con un tocco di esuberante follia quello cosmico e rassicurante e operoso quello terrestre, così come la madre kryptoniana è disperata e coraggiosa come le donne dei paesi tormentati dalla guerra, mentre la signora Kent è amorevole e solida, al punto che anche un adulto e invulnerabile Clark Kent ha bisogno del suo abbraccio. Quest’aspetto di vita vissuta, di diversità di punti di vista, è quello che rende la storia più plausibile, aldilà degli stupefacenti effetti visivi, in ogni caso sempre superlativi.
Il film è lungo (siamo intorno alle 2 ore e 20 minuti) e c’è tempo per dare giustizia a chi aspettava combattimenti degni di un film supereoistico. Arrivano, tranquilli. Accompagnati da morte, distruzione e devastazione della città di Metropolis, dove lavora la giornalista Lois Lane, la prima terrestre ad indagare sul supereroe e, ci mancherebbe, ad infatuarsene. Grattacieli che cadono come birilli di un bowling, scazzottate epiche e interminabili. La qualità realistica dei crolli, girati con un conturbante effetto slow motion è ammirevole, («meglio di quelle degli Avengers a New York», sentenzia Vale). L’Uomo d’Acciaion finalmente le suona di santa ragione ai cattivi dell’oltrespazio, anzi, per qualche fan del fumetto va anche oltre la linea etica del personaggio e questo è un altro tema sul quale discutere con Vale.
Non ce ne vogliano i puristi del fumetto, ma il tocco oscuro e siderale della produzione di Nolan e della regia di Snyder ha avuto buon gioco nel rilanciare Superman tra gli adolescenti e tra i nostalgici del personaggio, con un film che magari spaccherà il pubblico ma che ha tutti i requisiti del grande cinema di fantascienza.

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