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L’Illusionista, il prezzo della magia


Visto con Riccardo, 7 anni

L’Illusionista, il prezzo della magia

Una sceneggiatura di Tati racconta la difficile felicità del quotidiano ma il ritmo lento e l'assenza di dialoghi rendono la storia poco appetibile per i bambini

di Demis Biscaro 4/11/2013

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La vita ha il ritmo che le consentiamo di tenere. Il presente urge e ci strattona ma nulla può cambiare la nostra natura, quella speciale forma di silenziosa intimità che intratteniamo con noi stessi e che, in ultima istanza, definisce anche il nostro rapporto col mondo. Con gli altri, sì, ma anche con la natura e le cose attraverso cui ci facciamo largo per dare spazio al nostro personale universo. E l’illusionista di cui ci racconta questo film ha particolarmente a cuore il proprio universo, lo cura con devozione ma senza vezzeggiarlo. E’ un uomo di mezza età, alto e distinto, che si muove con circospezione attraverso gli eventi, li aggira, li schiva, ci scivola accanto con occhio curioso e limpido. E’ un professionista affidabile che conduce il suo fedele mestiere a spasso per l’Europa mentre tutto intorno gli anni ’50 cedono il posto a una nuova rivoluzionaria decade. Durante uno di questi viaggi una ragazzina crederà nella sua magia a tal punto da abbandonare tutto e seguirlo. I due condivideranno per qualche tempo una stanza ad Edimburgo accudendosi l’un l’altra come padre e figlia fino al malinconico epilogo.
A partire da una sceneggiatura di Jacques Tati, Sylvain Chomet compone il ritratto di un uomo misurato, che è nel contempo un omaggio all’artista francese e la celebrazione di un modo di fare spettacolo ormai scomparso, soppiantato proprio in quegli anni da forme di intrattenimento più chiassose e disordinate.
Il film fluisce con un ritmo placido e tempi dilatati, rinunciando di fatto ai dialoghi (sostituiti da un mosaico ben bilanciato di rumori ambientali e struggenti contrappunti musicali) per dare respiro ai gesti dei personaggi che, proprio come le persone reali, si definiscono per quello che fanno e non per quello che dicono. La pellicola si crogiola nella sua ambientazione retrò e mette in scena, sullo sfondo di dettagliatissimi ambienti dalle calde tonalità ocra, un’umanità crepuscolare: vecchie cantanti ischeletrite dalle sigarette, pagliacci dal volto sfatto che annegano nell’alcol la solitudine, acrobati spiantati, nani affittacamere.
Il protagonista gioca con realtà e finzione con consumata disinvoltura, le mescola, le trasforma l’una nell’altra mettendo in scacco la ragione che si picca di tenerle distinte e sgombrando suo malgrado la strada al sogno. E proprio quest’arte dell’inganno gli guadagnerà una scintilla di amore filiale, il rapporto umano più autentico della sua esistenza asettica e autocentrata. Se è pur vero che i maghi non esistono, la magia è possibile e si realizza nell’affetto che le persone si scambiano nel tragitto attraverso la quotidianità. E’ forse una delle forme di felicità più autentiche ma è caduca e richiede impegno crescente. L’illusionista lo sa bene e preso atto della propria insufficienza cala il sipario con tempismo perfetto.
Riccardo inizialmente si è fatto ammaliare dal protagonista, tanto che ha cominciato a farmi domande sui prestigiatori e le loro tecniche e ha detto che da grande vorrebbe fare l’illusionista per capire i loro trucchi. Tuttavia la mancanza di dialoghi e il ritmo della narrazione, lento e riflessivo, hanno fiaccato la sua attenzione che si è affievolita notevolmente nella seconda parte del film. I disegni e l’atmosfera malinconica gli sono piaciuti ma il senso della storia gli è scivolato addosso e d’altra parte non poteva che essere così. Perché per entrare in sintonia con questo film bisogna esserci già stati dentro a quelle interminabili giornate di pioggia e sotto i lampioni freddi di una città straniera. E soprattutto si deve aver già viaggiato su quel treno che nella notte scura si porta via verso chissà dove l’illusionista, scortato una volta di più dalla sua solitudine.
Perché la vita ha il ritmo che le consentiamo di tenere, purché siamo disposti a pagarne il prezzo. E farlo capire a un bambino non è cosa facile.

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