Recensioni

Labyrinth, scacco matto alla ragione


Visto con Riccardo, 7 anni

Labyrinth, scacco matto alla ragione

Un viaggio surreale oltre la soglia dell'adolescenza in compagnia di gnomi e mostriciattoli assortiti, in un mondo in cui la logica è solo un fastidioso impiccio

di Demis Biscaro 28/02/2014

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Diretto dal papà dei Muppets Jim Henson e sceneggiato dal Monty Python Terry Jones, Labyrinth è una summa del fantasy anni ’80 e vanta la presenza della popstar David Bowie, autore delle canzoni e interprete del fascinoso Jareth, il Principe degli Gnomi. La storia è nota: Sarah (una Jennifer Connelly appena sedicenne) è un’adolescente irrequieta ed egocentrica ancora legata ai vezzi dell’infanzia. Una sera, esasperata dal pianto del fratellino Toby, chiede agli gnomi di portarlo via nella città di Goblin. Gli gnomi esaudiscono il suo desiderio ma la ragazza, compreso l’errore, stringe un patto con Jareth: potrà riavere indietro il piccolo se riuscirà a superare entro 13 ore il labirinto che circonda la città di Goblin. In caso contrario Toby resterà per sempre con Jareth che lo trasformerà in uno gnomo.
Metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, il viaggio della protagonista è un susseguirsi di incontri e scoperte che la porteranno ad abbandonare il suo stizzoso atteggiamento da bambina per prendere contatto con la realtà della vita adulta. Una sfida che Sarah combatte contro i propri limiti e naturalmente contro Jareth, per cui prova un’attrazione di cui non è del tutto consapevole. Che altro sono infatti trappole e depistaggi se non le schermaglie di una coppia di amanti che nel breve spazio di una notte si rincorrono mettendo alla prova la loro intesa? “Ho sovvertito l’ordine del tempo…ho messo sottosopra il mondo intero e tutto questo io l’ho fatto per te…non ti sembra abbastanza generoso?” è la dichiarazione d’amore finale di Jareth. Ma Sarah non ci sta e gli risponde per le rime “Con rischi indicibili e traversie innumerevoli ho superato la strada per questo castello oltre la città di Goblin. La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande…tu non hai nessun potere su di me.”
Comunque lo si veda, il labirinto rimane un caleidoscopico Paese delle Meraviglie (innegabile l’influenza del classico di Carroll) in cui sogni, ricordi e realtà si sovrappongono facendosi beffe della ragione e trasformando la logica nella parodia di sé stessa. Fuori dalle mura della propria cameretta la razionalità non è di grande aiuto, ciò che conta è saper fare le domande giuste, non dare nulla per scontato e soprattutto coltivare le amicizie. Perché senza il sostegno degli amici è impossibile cavarsela in questo mondo e anche se ci voltano le spalle dobbiamo saperli perdonare. Tra indovinelli, paradossi e nonsense Sarah impara dunque a misurare parole e desideri, sperimentando sulla propria pelle il significato del termine responsabilità.
La messa in scena è un tripudio di effetti animatronici, pupazzi e costumi, e uno dei migliori esempi di quell’”artigianato cinematografico” che andrà via via a sparire con l’avvento delle nuove tecnologie digitali. Nonostante gli effetti speciali mostrino la corda alcune soluzioni scenografiche colpiscono ancora oggi per l’inventiva e la perizia con cui sono state realizzate. Come il Pozzo delle Mani o l’interno del palazzo di Jareth ispirato alle scale impossibili della celebre litografia “Relatività” dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher.
Purtroppo però se gnomi e cani parlanti fanno la gioia dei bambini nei primi anni dell’età scolare, non esercitano certo molta attrattiva su un pubblico preadolescenziale cui invece sono diretti i principali messaggi del film. Se a questo si aggiunge un ritmo non particolarmente vivace e l’assenza di una vera e propria componente drammatica si comprende il flop a cui andò incontro la pellicola quando uscì nelle sale nel 1986.
Riccardo ha visto e rivisto il film ma ogni volta rimane rapito dalla sua atmosfera fiabesca. Gli gnomi, con le loro espressioni buffe e le vocine gracchianti, lo fanno sempre divertire molto anche se le risate più grosse le strappa la Gora dell’Eterno Fetore con le sue pozzanghere flatulente. Ma quello che più colpisce la sua fantasia è proprio il Pozzo delle Mani tanto che non appena si arriva a quella scena comincia a ripetere la battuta “Ti diamo tutti una mano! Ti diamo tutti una mano!”.
Labyrinth lo vidi per la prima volta a 12 anni, in lingua originale e senza sottotitoli. Capii una sola frase “Oh, It’s seven o’clock!” pronunciata da Jennifer Connelly a inizio film. Poi nulla. Nonostante ciò la magia di quel mondo insieme fittizio e reale trovò comunque la sua strada dentro di me e ancora oggi, nonostante le molte ingenuità, questo film continua a incantarmi con il suo fascino surreale. Miracoli del cinema, dove tutto è possibile.

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