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La tomba delle lucciole, capolavoro di poesia e pessimismo


Visto con Riccardo, 8 anni

La tomba delle lucciole, capolavoro di poesia e pessimismo

Isao Takahata espone la sua visione pessimistica dell'esistenza umana servendosi di una storia tragica e di un realismo poetico che trasformano il film in un'esperienza indimenticabile

di Demis Biscaro 21/05/2015

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Il romanziere inglese William Golding scrisse una volta che “l’uomo produce il male come le api producono il miele”. Isao Takahata forse non sarebbe del tutto d’accordo ma certamente i suoi personaggi in quel miele ci rimangono invischiati e a poco a poco vi soccombono.
È quello che accade a Seita, un ragazzino che nel settembre del 1945 muore di stenti nell’atrio della stazione ferroviaria di Kobe, in Giappone. Al suo fianco solo una scatola di metallo contenente qualche osso della sua sorellina Setsuko, morta anch’essa di fame pochi giorni prima, dopo che i due si erano ritirati a vivere da soli in una grotta artificiale sulle sponde di un lago. Riunitisi come spiriti, fratello e sorella si allontanano sulle colline circostanti per osservare la città dall’alto mentre il film racconta in un lungo flashback la loro storia, iniziata tre mesi prima con la morte della mamma durante il bombardamento americano di Kobe. Il padre, un ufficiale di marina, si era imbarcato da tempo su una nave da guerra perciò Seita si ritrova a dover accudire da solo la sorellina di quattro anni senza esserne ancora capace. Inesperto, sprovveduto, forse anche un po’ pigro e viziato, sarà lui con le sue debolezze la causa ultima della morte della bambina.

È questo il fulcro drammatico del film e del pessimismo esistenziale di Takahata, che a partire da una straziante vicenda d’ambientazione bellica approda a una disincantata conclusione sulla condizione umana: l’uomo non è in grado di prendersi cura delle persone a cui tiene perché l’affetto che prova non è sufficiente a fornirgli i mezzi adeguati per perseguire il loro bene.
Il dramma della guerra non sta tanto nel suo inevitabile portato di distruzione e violenza, quanto nel fatto che, disarticolando il tessuto sociale, isola gli individui, amplificando fino a proporzioni tragiche gli effetti negativi di questa fragilità costitutiva. Il male non esiste in quanto tale, ma si identifica con il vuoto lasciato da un bene inevitabilmente volatile, in quanto legato a gesti circostanziali e dunque destinati a disperdere rapidamente la loro efficacia attraverso le crepe dei nostri difetti. E nel momento del trapasso viene sancito il fallimento definitivo della nostra volontà, sfibrata e annichilita dalla sfacciata incapacità di realizzare, se non in minima parte, quella missione d’amore a cui istintivamente ci crediamo chiamati.
Se da un lato la civiltà porta con sé guerra e macerie, dall’altro un ritorno a uno stato pre-sociale equivale a morte certa perché la natura è solo una sirena indifferente, tanto seducente quanto letale. L’unico barlume di salvezza risiede forse in un nucleo famigliare intatto, ma è piú una speranza che una possibilità concreta, che il regista lascia intravvedere ma non esplora.

Nella messa in scena di tanta spalancata disperazione il taglio documentaristico e il tono fiabesco si amalgamano magistralmente dando vita a un realismo poetico perfetto per dipingere il quadro dell’esistenza umana, impastata in modo inscindibile di gioia e sofferenza. Il regista guarda al dolore con occhio pietoso e riesce a distanziarsi tanto dal compiacimento cinico che dal facile sentimentalismo. Le inquadrature sono per lo piú statiche, a sottlineare l’ineluttabilità del destino, mentre le musiche severe e malinconiche fanno strada a un’animazione ricca di dettagli che gioca abilmente col contrasto tra le grigie macerie dei centri urbani e i colori caldi di una natura incantevole ma fatale.

Benché la storia sia oggettivamente molto triste noi di Movie for Kids riteniamo che sia comunque adatta a un pubblico in età scolare dal momento che non ci sono situazioni particolarmente cruente (tolta forse la brevissima scena in cui viene seppellita la madre dei due protagonisti), e dunque può essere una buona occasione per far accostare i bambini agli eventi tragici della guerra e al dolore che essa comporta. Inoltre fin dal principio gli spettatori sono rassicurati dal fatto che dopo la morte fratello e sorella sono di nuovo uniti e sereni, anche se solo come spiriti.

È con questa disposizione d’animo che ho guardato il film insieme a mio figlio, proprio perché vedesse alcuni dei drastici cambiamenti che un conflitto bellico porta nella vita quotidiana di un ragazzino poco più grande di lui: la perdita della casa, la fuga nei rifugi durante i bombardamenti, la sospensione della scuola, la scarsità di cibo e medicinali, ecc. Lui è rimasto chiuso in un pensieroso silenzio praticamente per tutto il film e alla fine mi ha detto che gli sembrava strano vedere il fratello sempre in canottiera e la sorellina coi pantaloni lunghi. Gli ho spiegato che non avevano altri vestiti perché durante la guerra si perde tutto ciò che si possiede. Il sottotesto esistenzialista naturalmente era al di là delle sue possibilità di lettura e io non ne ho fatto parola. Verrà il giorno in cui anche lui capirà che la vita dell’uomo non è molto diversa da quella delle lucciole che danno il titolo al film, sfavillanti per una notte o poco più e poi destinate a una buca nella terra. Ma per questo c’è ancora tempo.

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