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La fabbrica di cioccolato, monumento a una nevrosi


Visto con Riccardo, 7 anni

La fabbrica di cioccolato, monumento a una nevrosi

Una parabola greve sul valore della famiglia, incentrata sulla figura di un Willy Wonka misantropo e scostante

di Demis Biscaro 17/10/2013

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Charlie Bucket è un ragazzino spigliato e di buona volontà che vive in una catapecchia insieme ai genitori e ai nonni e sogna di visitare la favolosa fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Un colpo di fortuna inaspettato gli consentirà di realizzare il suo desiderio e di entrare nella fabbrica insieme a nonno Jo e ad altri quattro bambini antipatici e viziati. Troveranno ad accoglierli un Willy Wonka dal passato tormentato e una schiera di piccoli aiutanti canterini: gli Oompa-Loompa.
A quasi 35 anni dalla prima trasposizione cinematografica, Tim Burton rivisita l’omonimo romanzo di Roald Dahl secondo una prospettiva radicalmente personale che rovescia lo spirito del libro: Willy Wonka non è più un adulto creativo con l’entusiasmo di un fanciullo, ma un bambino represso a cui gli anni sono sfuggiti di mano. È un dandy misantropo dai modi affettati e scortesi, disgustato dai bambini e dai loro genitori; un genio nevrotico, vittima della sua infanzia infelice e di un irrisolto conflitto col padre. I motivi tipici degli antieroi di Burton (la coscienza della propria diversità, la solitudine, il tentativo di riscatto attraverso l’immaginazione) non danno qui vita a un personaggio eccentrico dall’animo limpido (come Edward mani di forbice o il piccolo Victor di Frankenweenie) ma coagulano sul fondo di un cuore inacidito e malizioso.
Riccardo ha percepito subito la differenza tra il personaggio interpretato da Gene Wilder e quello di Johnny Depp e non è riuscito ad entrare in sintonia con quest’ultimo, sia per il suo atteggiamento antipatico, sia per il trucco del viso di colore grigiastro che lo rende ancora più scostante.
Di riflesso la fabbrica si tramuta in un edificio freddo e inquietante (le scanalature spiraliformi delle ciminiere richiamano quelle della Torre di Babele di Bruegel), dove lunghi corridoi deserti si alternano ad ambienti dall’aspetto straniante, in cui l’eccesso di luce o di buio rivela una sostanziale mancanza di equilibrio. La stessa stanza del cioccolato è un luogo crepuscolare, insidiato dalle ombre, dove bambini e adulti rivelano alcuni dei loro lati più bestiali (violenza, ingordigia, invidia) e lo stupore per l’indescrivibile paesaggio di zucchero e caramelle è soffocato dalla repulsione per gli esseri umani che lo deturpano. La fotografia patinatissima e la musica incalzante tipica di Danny Elfman (“Sembra quella di Nightmare before Christmas!” ha esclamato Riccardo dopo le prime sequenze) non fanno che amplificare questa sensazione di straniamento.
Ciò non toglie che vi siano delle ottime intuizioni che solleticano l’immaginazione: prima fra tutte l’idea di impiegare un solo attore (moltiplicato innumerevoli volte grazie alla computer grafica) per realizzare la comunità degli Oompa-Loompa. La parentesi sulla loro origine non ha sortito grande effetto su Riccardo che invece si è goduto molto le nuove canzoni, le coreografie dei balletti e le scenografie elaborate. E’ rimasto affascinato in special modo dall’ascensore di cristallo, dal design avveniristico, che si spostava da una parte all’altra della fabbrica lungo le interminabili traiettorie rettilinee di una funivia interna. Nel complesso però Riccardo è rimasto affezionato di piú ai bambini del vecchio film, trovando questi nuovi personaggi troppo aggressivi.
La pellicola non lascia a bocca asciutta neppure il pubblico adulto a cui sono riservati i numerosi omaggi al mondo del cinema (plateali quelli a 2001: odissea nello spazio e a Psyco) e il cameo di Christopher Lee nel ruolo del padre di Willy Wonka.
La morale della storia è chiara: la famiglia costituisce per l’individuo un orizzonte emotivo irrinunciabile al di fuori del quale c’è solo solitudine e alienazione. Purtroppo però viene espressa con una parabola dai toni grevi e mal digeribili da parte di un pubblico giovanissimo. E nonostante l’happy ending rimane in bocca un retrogusto amaro, poco in sintonia col sapore del cioccolato.

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