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La collina dei papaveri, storie di ragazzi


Visto con Sara, 8 anni, e Emma, 4 anni

La collina dei papaveri, storie di ragazzi

La contestazione studentesca, il Giappone che si riprende dalla Seconda Guerra Mondiale e i primi amori: Studio Ghibli ci racconta com'erano i banchi di scuola nel 1963

di Paolo Paglianti 1/11/2012

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La collina dei papaveri, il nuovo lungometraggio di Studio Ghibli, è semplicemente uno spaccato di vita quotidiana del recente passato. Siamo nel Giappone del 1963, in un periodo di rinascita per il paese del Sol Levante dopo la catastrofica Seconda Guerra Mondiale. Tra i banchi di scuola, la sedicenne Umi conosce Shun, leader del movimento studentesco. Nell’istituto, infatti, sta montando la protesta per l’imminente demolizione del Quartier Latin, un edificio malandato in cui si ritrovano gli studenti con i loro club. Umi si fa coinvolgere nella “lotta” per salvare l’edificio e tra i due – manco a dirlo – sboccia l’amore. La situazione si complica quando a Shun, che sa di essere stato adottato, viene il sospetto di essere parente stretto di Umi. Naturalmente, tutto si risolve per il meglio: i due scoprono di non essere consaguinei e il Quartier Latin viene salvato dalla demolizione proprio grazie agli sforzi congiunti di Shun e Umi.

I film di Miyazaki (e figlio) non sono sempre adatti per un pubblico di bambini: difficilmente potremmo consigliarvi di vedere con un piccolo sotto i 12 anni La città incantata, con i suoi criptici riferimenti alla cultura giapponese e i genitori dei protagonisti trasformati in animali a causa di una maledizione. La collina dei papaveri è invece un film per tutti, senza contenuti “paurosi” o tematiche troppo adulte: la storia è perfetta per gli adolescenti e i bambini sopra i sette anni, con una storia d’amore delicata e senza riferimenti sessuali di alcun tipo. Mia figlia Sara (di otto anni) se l’è gustato a fondo, seguendo per tutto il tempo le vicissitudini di Umi e immedesimandosi subito con la protagonista femminile. Solo alla fine, quando nel film si scopre il “segreto” del padre di Umi, la storia di genitori naturali e adottivi si è ingarbugliata un po’ troppo e ho dovuto spiegarle chi era figlio di quale papà.

La trama è piuttosto banalotta (lo stesso Shun, nel film, dice che la vicenda sembra presa da un romanzetto di terz’ordine) senza grossi colpi di scena o sorprese improvvise: quello che colpisce in La collina dei papaveri è la straordinaria qualità con cui viene dipinto il mondo del Giappone del 1963, che risulta più “lontano” dal nostro rispetto alla casetta de Il mio vicino Totoro. Mia figlia, per esempio, si è stupita del fatto che la protagonista si rivolgesse alla nonna con il “lei”, e si inchinasse di fronte a ogni adulto. O che per produrre il giornale di scuola, gli studenti li stampassero a mano – niente computer, nel ‘63. Quando Umi rimane da sola al mercato, Sara mi ha chiesto perché non chiamasse la nonna con il cellulare. E non appena mia figlia sarà più grande e vedrà le manifestazioni studentesche “occidentali”, magari si ricorderà con un sorriso degli studenti di La collina dei papaveri, che “occupano” Quartier Latin ma si mettono tutti sull’attenti non appena arriva un insegnante, addirittura cantando una specie di inno – un concetto di movimento studentesco abbastanza diverso dal nostro.

La collina dei papaveri è un film senza “cattivi”: non ci sono antagonisti o nemici. Da questo punto di vista, è un film maturo che dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come “animazione” non vuole affatto dire “per bambini”. Il rischio, semmai, è di farlo vedere a dei bimbi troppo piccoli: mia figlia di 4 anni ha iniziato a vederlo, ma si è annoiata quasi subito e si è addormentata davanti alla TV (se la conosceste, sapreste quanto è raro un evento del genere!), proprio perché il film è rivolto a un pubblico che possa comprendere, almeno a grandi linee, l’evoluzione della trama e della situazione tra Shun e Umi.

Visivamente, La collina dei papaveri è perfetto come tutti i cartoni di Studio Ghibli: Il mio vicino Totoro, Conan, Porco Rosso hanno un tratto unico e inconfondibile, una vera firma dello Studio di Hayao Miyazaki, che dagli Anni ’70 crea dei veri capolavori animati. E ancora oggi preferisce tecniche tradizionali, quando tutto il mondo dell’animazione si sta spostando verso la grafica computerizzata e il rendering 3D. Sebbene diretto dal figlio di Miyazaki, Goro, La collina dei papaveri non fa eccezione, e il tratto consueto di Studio Ghibli si sovrappone a degli sfondi acquarello che oggi sono diventati più unici che rari.

Nel cartone, le (numerose) canzoni sono rimaste in lingua originale con sottotitoli in italiano: sono un po’ troppo veloci perché una bimba di 8 anni riesca a leggerli completamente, ma in ogni caso si tratta della traduzione letterale, e quindi comunque difficilmente comprensibile. In ogni caso, non aggiungono elementi fondamentali all’evoluzione della trama.

La collina dei papaveri è il compagno perfetto per un pomeriggio di cinema casalingo, grazie alla sua trama delicata e senza troppe pretese. Non ha la dinamicità di Porco Rosso né il sovrannaturale divertente dei peluche magici di Totoro, ma conquista facilmente il pubblico sopra i sette anni.

 

 

 

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