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La città incantata, capolavoro tra sogno e poesia


Visto con Riccardo, 7 anni

La città incantata, capolavoro tra sogno e poesia

Una fiaba senza tempo, delicata e surreale, che ha il sapore dei ricordi d'infanzia e guarda con fiducia alle nuove generazioni

di Demis Biscaro 20/06/2014

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Durante il trasloco nella loro nuova casa, Chihico, una bambina di 10 anni, e i suoi genitori finiscono con l’auto alle porte di un luogo insolito, apparentemente un parco divertimenti abbandonato, ma in realtà un centro termale per spiriti e divinità. Ignari di tutto, i genitori si siedono a un ristorante e si servono del cibo destinato agli spiriti, venendo trasformati per punizione in maiali. Rimasta sola, Chihico segue il consiglio di Haku, uno strano ragazzo appena incontrato, e si fa assumere alle terme, gestite dalla maga Yubaba, con la speranza di scoprire un modo per far recuperare l’aspetto umano ai suoi genitori.
Nel 2001 Miyazaki porta sullo schermo una storia delicata e poetica, lontanissima dai toni violenti del suo film precedente, Principessa Mononoke, e destinata a diventare l’esempio piú compiuto della sua arte. La città incantata è fatta della stessa sostanza dei sogni, con i quali condivide un retrogusto surreale e alcuni inattesi scarti di tempo e di ambientazione: la sera che cala improvvisa, un fiume che si ingrossa a dismisura, un mare sconfinato che si spalanca sotto il cielo dopo una pioggia. Le scene si susseguono senza una stretta concatenazione logica ma quasi per gemmazione, secondo un’associazione emotiva ed estetica che lascia ampio spazio a pause, attese e silenzi (indimenticabile il lungo viaggio sul treno in mezzo al mare), attorno a cui si coagula l’itinerario autoeducativo della piccola protagonista, chiamata a far tesoro della saggezza che si raccoglie nelle screpolature della quotidianità. In netto contrasto con l’atmosfera fantastica del film, infatti, Chihico è un personaggio particolarmente realistico, una bambina come tante, pigra, egocentrica e forse anche un po’ viziata, che d’un tratto si trova a dover fare i conti da sola con una realtà enigmatica. Ospiti e compagni di lavoro hanno un aspetto strano (l’addetto alle caldaie, Kamagi, sembra un ragno, Yubaba ha una testa spropositata, ecc.) e si comportano in modo ancora più strano, ma col tempo la piccola diventerà cosciente del proprio ruolo, comprendendo l’assoluta importanza dei ricordi e delle parole e assaporando il piacere che si ricava da un lavoro ben fatto. Ma soprattutto capirà che maturare non significa acquisire incrollabili certezze di ragione ma imparare a orientarsi in quell’intricato groviglio di sentimenti e sensazioni che è il nostro cuore.
Alla fine il prodigio si compie: Chihico libera l’amico Haku e i genitori dal controllo della strega Yubaba, dando prova che anche una bambina qualunque può diventare una ragazza capace di amare e di superare le situazioni più difficili e improbabili. E in questa genuina fiducia nelle nuove generazioni è racchiuso il messaggio centrale del film e – crediamo – dell’intera opera di Miyazaki.
Naturalmente la pellicola attraversa con esemplare levità alcuni dei temi piú cari al regista giapponese, come l’ecologia, la centralità del ruolo della donna, il panteismo naturalistico e l’importanza dell’amicizia, ma su tutto prevale la freschezza dell’invenzione fantastica, che parla all’inconscio e mira a suscitare echi d’infanzia per risvegliare nello spettatore quel primigenio stupore misto a disorientamento che si legge negli occhi di un bambino alle prese con la vivace molteplicità della vita. Il film è immerso infatti in una spiccata dimensione fiabesca che fa impallidire le piú recenti rivisitazioni live action dei classici di Perrault e dei Grimm, progettate piú per appagare gli occhi che per accarezzare l’anima. Si pensi ad esempio alla forza evocativa dello spirito senza volto, incarnazione della solitudine che tutto fagocita nell’affannosa ricerca di un’identità, e che offre (falso) oro in cambio di un po’ di compagnia.
Con mio figlio abbiamo visto il film due volte. La prima volta Riccardo si è trovato spiazzato dal tenue filo narrativo e dalla mancanza di una trama convenzionale e quindi non l’ha apprezzato particolarmente. La seconda volta invece, a distanza di qualche mese, l’ha seguito con più attenzione e, accompagnato anche dai miei commenti, è riuscito a familiarizzare in misura maggiore con i personaggi principali. I risvolti onirici della storia gli sono risultati comunque un pochino indigesti (mi ha chiesto com’era possibile che si fosse formato un mare dopo la pioggia e perché i genitori si fossero trasformati in maiali, ecc.) però si è divertito durante le scene più leggere (quelle con Kamagi, ad esempio) e ha subito il fascino di alcune sequenze piú malinconiche.
D’altra parte, La città incantata è un film che riesce a comunicare ogni volta suggestioni sempre nuove, dialogando col nostro vissuto attraverso la bellezza della sua poesia. E visione dopo visione è consolante farsi cullare dalla consapevolezza che, parafrasando Hilbert, nessuno potrà scacciarci dal paradiso che Miyazaki ha creato per noi.

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