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Jumanji, il gioco della vita


Visto con Riccardo, 9 anni

Jumanji, il gioco della vita

Un flusso ininterrotto di avventura ed effetti speciali impedisce l'approfondimento di temi delicati come il passaggio all'età adulta e l'elaborazione del lutto

di Demis Biscaro 16/03/2016

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Schiacciato dalle aspettative del padre e tormentato dai bulletti di quartiere, il dodicenne Alan Parrish decide di scappare di casa, ma la sera della fuga riceve inaspettatamente la visita della sua amica Sarah. Con lei comincia una partita a Jumanji, uno strano gioco da tavolo che sembra avere effetti sconvolgenti sulla realtà: dopo un paio di lanci di dadi Alan si ritrova catapultato nella giungla mentre Sarah viene inseguita da una nuvola di pipistrelli. E’ il 1969 e la partita si interrompe lì.
Ventisei anni dopo, nel 1995, Peter e Judy, fratello e sorella rimasti da poco orfani dei genitori, si trasferiscono con la zia nella vecchia casa dei Parrish e cominciano anch’essi a giocare a Jumanji: con un colpo di dadi fortunato richiamano involontariamente dalla giungla Alan e una varietà incredibile di bestie selvagge che seminano il caos in tutta la cittadina. L’unica possibilità per ristabilire la normalità è terminare la partita, ma l’impresa è molto piú complicata del previsto.

Nel corso della vita ci sono alcuni momenti chiave che equivalgono a terremoti fuori scala, cambiamenti epocali che ci mettono alla prova e che plasmano, nel bene e nel male, il carattere di ciascuno di noi. Uno di questi è il passaggio dall’infanzia alla vita adulta: crescere è un gioco di cui non si conoscono le regole ma che non si può fare a meno di giocare. Da un giorno all’altro si passa dalla sicurezza un po’ noiosa della famiglia alla giungla che c’è fuori dalla porta di casa, senza preavviso e senza libretto di istruzioni. E, nei casi peggiori, là fuori ci attendono eventi estremamente drammatici, come la perdita dei genitori.

Ispirandosi a un racconto illustrato di Chris Van Allsburg, Joe Johnston (premio Oscar nel 1982 per gli effetti speciali de I predatori dell’arca perduta e regista del primo Captain America) colloca al crocevia di queste esperienze radicali Jumanji, un gioco magico, di origine ignota, che trasforma la realtà oggettiva in una metafora del travaglio interiore vissuto dai quattro protagonisti: Alan e Sarah e i due fratelli Judy e Peter.

L’idea è molto promettente ma purtroppo viene soverchiata in un batter d’occhio dalla vocazione più schiettamente ludica del film, che non lascia spazio ad approfondimenti e di fronte a cui deve recedere anche lo slancio istrionico di Robin Williams, che interpreta Alan adulto. Non appena la partita riprende, dal gioco cominciano a uscire le creature più disparate: zanzare grosse come piccioni, ragni giganti, piante carnivore a crescita rapida e perfino un branco di rinoceronti, elefanti, giraffe e zebre in corsa verso non si sa dove, in un tripudio di effetti speciali (curati dalla Industrial Light and Magic di George Lucas) che ancora oggi lascia senza fiato.

Il film si trasforma ben presto in un’unica, ininterrotta avventura in cui l’unico obiettivo dei protagonisti è sopravvivere alle catastrofi provocate via via dal gioco, anche se il tono drammatico viene sistematicamente stemperato da una irriverente vena comica che impedisce agli spettatori più piccoli di farsi prendere dall’angoscia per la situazione allarmante in cui versano i protagonisti e che fino alla fine sembra non dare cenno di miglioramento.

Di striscio si coglie anche qualche frecciatina nei confronti dei genitori, troppo spesso concentrati sul proprio lavoro fino a scomparire dalla vita dei figli o pronti a caricare sulle loro spalle aspettative che non tengono conto delle loro aspirazioni. Ma nel complesso il film punta a mantenere lo spettatore in uno stato di incosciente stupore, sacrificando sull’altare del puro divertimento anche un cast di tutto rispetto, che comprende, oltra al già citato Robin Williams, Bonnie Hunt (nel ruolo di Sarah) e una giovanissima Kirsten Dunst (Judy).

A Riccardo il film è piaciuto tantissimo, non aspettava altro che vedere la successiva meraviglia (o mostruosità…) che sarebbe uscita dal tabellone di gioco. Gli insetti giganti e i ragni hanno suscitato il giusto entusiasmo ma anche la pianta carnivora gigante che ha ricoperto tutta la casa gli ha fatto spalancare tanto d’occhi. E’ rimasto invece perplesso di fronte alla figura del cacciatore, che vuole sparare ad Alan non si sa bene per quale motivo.

D’altra parte anche i paradossi temporali, innescati dal fatto che Alan termina la partita da adulto e quindi retroattivamente cambia anche il suo passato, non sono per niente risolti e anzi sono reinterpretati strumentalmente al fine di costruire un happy ending deflagrante. Riccardo però non ha fatto molto caso alle incongruenze e alla fine è rimasto più che soddisfatto del film.

E in effetti, nonostante i suoi evidenti limiti, Jumanji rimane una bizzarra metafora della vita, che a tradimento ci piglia e ci scaraventa lontano, facendoci rimpiangere le cose importanti a cui non prestavamo attenzione. E per far tornare i conti non ci resta che accettare la sfida e portare a termine la nostra partita.

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