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Jeeg, robot da fiaba


Visto con Riccardo, 8 anni

Jeeg, robot da fiaba

Fiaba e fantascienza si intrecciano in uno degli anime più complessi e affascinanti di Go Nagai

di Demis Biscaro 27/02/2015

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Durante una spedizione archeologica il professor Shiba rinviene una campana di bronzo che preannuncia il ritorno dell’antico e sanguinario popolo Jamatai dalle viscere della Terra: se quel reperto cadesse nelle loro mani sarebbe la fine per l’uomo. Per questo lo scienziato miniaturizza la campana nel petto del figlio Hiroshi, rendendolo invulnerabile e dandogli la capacità di trasformarsi nella testa di Jeeg, un robot formato dall’unione magnetica di più componenti. Il giovane si vedrà costretto suo malgrado a prendere le difese dell’umanità nel momento in cui la regina Himika emergerà dal sottosuolo per dominare il mondo.
Ignaro del grandissimo potere racchiuso nel suo petto, Hiroshi inizialmente mostra una personalità irruenta ed egocentrica, a tratti adolescenziale, fino al giorno in cui viene scaraventato di prepotenza in una realtà per lui inedita, fatta di lotte, sacrifici e responsabilità. Come nella piú classica delle fiabe il suo percorso di crescita scaturisce dal contrasto con una donna, la regina Himika, ossia la strega cattiva che incarna gli aspetti conflittuali della figura materna, laddove il personaggio della madre Kikue, rassicurante e dolce, assomma in sé quelli protettivi. E lo scontro è cosí forte da spazzare via repentinamente la figura del padre (come ad esempio in Cenerentola o Hansel e Gretel), ridotto a un’evanescente memoria digitalizzata in un calcolatore e a una voce incorporea nella coscienza di Hiroshi, unica guida nel suo viaggio verso la maturità.
La ricerca e l’accettazione della propria identità e delle proprie potenzialità costituiscono infatti il fulcro della prima metà della serie, che ha il suo culmine nell’episodio 27 in cui il giovane riesce finalmente a trasformarsi in una nuova e più potente forma di cyborg. In questa fase di crescita e di sostanziale immaturità per lui non è concepibile alcun tipo di romance, ecco perché Miwa è presentata priva di qualsiasi attrattiva sessuale: è l’ottica con cui la vede Hiroshi, ancora incapace di rapportarsi al genere femminile da una prospettiva adulta.
Con la raggiunta consapevolezza dell’eroe, il personaggio di Himika ha esaurito la sua funzione e cede dunque il posto all’Imperatore del Drago (episodio 29), il cui compito è quello di mettere alla prova la solidità dell’identità del protagonista. In questa seconda parte egli è anche in grado di provare per la prima volta un sentimento di attrazione verso una donna, seppure dello schieramento nemico. Si tratta del generale Flora, che per amor suo tradirà l’Imperatore del Drago, pagando con la vita. Appena prima del trionfo definitivo di Jeeg anche il fantasma digitale del professor Shiba si dilegua, andando a schiantarsi con una navicella contro la fortezza volante nemica: il viaggio dell’eroe è compiuto, è tempo che anche la figura paterna si eclissi.
Lo stacco rispetto alla saga dei Mazinga è netto, non solo per la complessa personalità del protagonista ma anche per la scelta della tavolozza cromatica: i vivaci contrasti tra i colori primari rosso/blu e tra il bianco e il nero lasciano qui il posto a una gradazione pressocché continua di colori secondari nella gamma del verde-marrone con qualche puntata verso il giallo. I mostri Jamatai inoltre non hanno una natura robotica come quelli di Inferno, Mikene e Vega ma sono creature di roccia animate, tanto che spesso quando vengono distrutti non esplodono ma si sbriciolano come statue di pietra. In alcuni casi Jeeg si trova addirittura a combattere contro personaggi leggendari o fiabeschi, trasformati in mostri dalla regina Himika, come nel caso della principessa delle nevi. Infatti i riferimenti alla tradizione storica e folkloristica giapponese sono numerosissimi, uno su tutti: le truppe nemiche sono chiamate soldati Haniwa perché il loro aspetto ricalca quello delle statuette votive haniwa che un tempo venivano sepolte con i morti.
Come spesso accade per i robot nagaiani, il mecha design è decisamente originale e se pure l’arsenale di Jeeg non è dei più forniti, la varietà dei componenti aggiuntivi (missili perforanti, bazooka spaziale, astro componenti, il cavallo Antares, ecc.) compensa abbondantemente questo marginale difetto.
Riccardo è stato conquistato infatti piú dal robot che non da Hiroshi, con cui non è riuscito a entrare in sintonia a motivo della sua personalità ribelle e scostante. Molto più simpatici gli sono risultati Don e Pancho, che col loro robot sgangherato rivestono il ruolo di spalle comiche che era di Boss e compagni nella saga dei Mazinga. Però ciò che mi ha sorpreso di più è che, tolto Jeeg, il personaggio preferito di mio figlio era niente meno che la regina Himika, proprio per il suo aspetto insieme inquietante e affascinante. Come già succedeva a me quando guardavo questa serie negli anni ’80, il momento piú atteso di ogni episodio era la trasformazione di Hiroshi nella testa di Jeeg, un vero e proprio rito seguito sempre con la massima devozione. Clamorosamente snobbato invece il Big Shooter che a me al contrario piaceva molto: “È brutto! Il Brian Condor del Grande Mazinga è molto piú bello!”, ha tagliato corto Riccardo.
Come tutte le grandi fiabe Jeeg racconta una storia esemplare e, tra le altre cose, esorta i piccoli spettatori a non arrendersi di fronte alle sconfitte ma a risollevarsi dopo ogni caduta più determinati di prima, proprio come il robot d’acciaio, capace ogni volta di ricostituire il proprio corpo con nuovi e più forti componenti.

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