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Il principe Valiant, avventura e senso morale


Visto con Riccardo, 7 anni

Il principe Valiant, avventura e senso morale

Uno dei primi esempi di animazione "adulta", con un buon ritmo ed un notevole approfondimento psicologico dei personaggi

di Demis Biscaro 12/07/2013

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Scampato all’attacco di un branco di lupi, un giovane ragazzo di nome Hols estrae dalla spalla di Mog, il gigante di roccia che lo ha salvato, la Spada del Sole, un’arma formidabile che necessita di essere ritemprata per ritornare all’antico splendore. Rientrato di corsa a casa assiste agli ultimi istanti di vita del padre, steso sul letto di morte e, una volta rimasto solo, decide di far vela verso il suo villaggio natio che aveva abbandonato da piccolo insieme alla sua famiglia quando Grunwald, il Signore dei Ghiacci, aveva messo a ferro e fuoco quelle terre. Giunto alla meta, Hols scopre il villaggio è ancora sotto il giogo di Grunwald ma questa volta è determinato a combatterlo insieme a Hilda, una ragazza solitaria e misteriosa.
La lunga battaglia mozzafiato tra il protagonista e i feroci lupi argentati che apre il film proietta da subito lo spettatore in un mondo ostile, brutale e in larga misura incomprensibile: perché le bestie attaccano il ragazzo? Perché il padre muore in modo così improvviso? Da dove proviene Grunwald e perché decide d’un tratto di estendere il suo dominio sul villaggio? Nell’universo primitivo in cui si muove Hols non c’è spazio per le risposte né per la ragione: è un mondo mitologico in cui i bambini dialogano con gli animali e i giganti di pietra si sollevano dai boschi di pini senza destare troppa meraviglia. Ma è anche un mondo in cui i dilemmi si pongono con una radicalità che non conosce compromessi e che schiaccia brutalmente i personaggi contro i loro stessi limiti. Persino Hols si trova presto di fronte alla scelta se passare dalla parte di Grunwald o lasciarsi precipitare in un burrone. Durante la visione non ho resistito e, fermata la riproduzione del film, ho chiesto a Riccardo cosa avrebbe fatto al posto del protagonista. Lui mi ha guardato completamente disorientato, non vedeva via di fuga e non sapeva cosa fare: non voleva schierarsi dalla parte del cattivo ma non intendeva neppure sfracellarsi in fondo al crepaccio. Alla fine, nonostante la mia insistenza, non è riuscito comunque a decidersi.
In quest’ottica il film è un’opera profondamente morale perché si focalizza sulle scelte dei personaggi e sulle loro azioni che utilizza come tessere per comporre un mosaico di personalità sfaccettate e difficili da etichettare in modo netto come positive o negative. Riccardo ad esempio continuava a cambiare opinione sul ruolo di Hilda, che a volte gli sembrava buona e a volte cattiva.
Se da un lato il film ha i caratteri di un racconto di formazione esemplare, dall’altro le vicende ruotano attorno alla lotta di una società nordica di stampo contadino contro le insidie dell’inverno. Lotta che ha le sue coordinate di fondo nell’opposizione degli elementi dell’acqua e dell’aria (il ghiaccio di Grunwald e il canto ammaliatore di Hilda) contro quelli della terra e del fuoco (la roccia di Mog e la spada di Hols) e che viene ulteriormente enfatizzata dal contrasto tra il buio delle caverne in cui vive il Signore dei Ghiacci e la luce che illumina il villaggio.
Ma se la storia è semplice e archetipica, la sua messa in scena non lo è: il ritmo vivace della narrazione, le originali soluzioni registiche e l’approfondimento psicologico dei personaggi rendono il film un piccolo gioiello da riscoprire. Ancor più se si pensa che proprio mentre l’occidente si trastullava coi giocattoli di lusso della Disney come La spada nella roccia, Il libro della giungla e Gli Aristogatti (siamo nel ’68), in Giappone l’animazione cercava, non senza spasimi e sussulti, una via più adulta senza rinunciare per questo ad una componente fantastica genuina e dolcemente onirica.
Riccardo, dal canto suo, si è fatto coinvolgere intensamente nella venture del protagonista mentre ha trovato un po’ fastidiose le canzoni che facevano spesso capolino in colonna sonora perché non capiva i testi giapponesi. Naturalmente è rimasto molto impressionato dal gigante di roccia che è diventato immediatamente il suo personaggio preferito.
Tra i meriti indiretti del film va ricordato quello di aver rafforzato il sodalizio artistico e personale tra il regista Isao Takahata e un giovane Hayao Miyazaki, qui impegnato principalmente nella realizzazione dei fondali. Insieme daranno vita allo studio Ghibli e a capolavori come Il mio vicino Totoro e La città incantata. E non c’è dubbio che Miyazaki si sia ricordato di Hols quando realizzò Conan, il ragazzo del futuro in cui si ritrovano sequenze che ricordano da vicino alcune scene del film.

 

Un paio di note:

1 – La traduzione letterale del titolo originale del film è Il principe del sole – La grande avventura di Horus: il titolo italiano è solo frutto di una insensata trovata di marketing della casa distributrice che ha voluto creare un’associazione, almeno nominale, tra il giovane Hols e Valiant, il protagonista vichingo di un fumetto americano di successo che non ha nulla a che vedere con questo film.

2 – Il formato video dell’edizione italiana del DVD in commercio è un 4:3 che taglia a tal punto le inquadrature del filmato originale (2.35:1) da arrivare ad escludere nel caso peggiore alcuni personaggi indispensabili per comprendere le dinamiche di ciò che accade in scena. Uno scempio che nel cinema non è cosí infrequente ma che non sembra suscitare piú di tanto scalpore. Cosa succederebbe se tagli del genere fossero applicati, ad esempio, alle opere letterarie o alla pittura?

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