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Il piccolo principe, messaggero di poesia


Visto con Riccardo, 9 anni

Il piccolo principe, messaggero di poesia

Il piccolo principe incanta adulti e bambini con una stop motion meravigliosa e una ricchezza di piani di lettura che restituiscono intatta la poesia del romanzo

di Demis Biscaro 14/01/2016

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Trasporre sul grande schermo un romanzo con una risonanza cosí vasta come quello di Antoine de Saint-Exupéry è una sfida non da poco. Da un lato si corre il rischio di cadere in una mortifera aderenza a un testo strutturalmente antinarrativo e dall’altro di stravolgerne il senso (scontentando una sterminata schiera di fan…) per assecondare il proprio estro creativo. Nonostante ciò il regista del primo “Kung Fu panda” Mark Osborne ha raccolto questa sfida e ne è uscito a testa alta.

Alla base di questo successo c’è, tra le altre cose, l’idea di innestare alcuni dei passaggi più significativi del libro all’interno di una cornice narrativa canonica, capace di catturare l’attenzione di spettatori grandi e piccoli. Protagonista è infatti una bambina estremamente diligente che vive con la mamma, un’efficiente donna in carriera che ha pianificato minuto per minuto la vita della figlia con l’obiettivo di iscriverla alla prestigiosa Werth Academy. Un “Progetto di vita” che rischia di saltare quando la bambina fa amicizia col vecchio vicino di casa, uno strampalato ex aviatore con un biplano parcheggiato in giardino, che continua a raccontarle di quella volta che nel bel mezzo del deserto del Sahara si trovò faccia a faccia con un piccolo principe sceso da un pianeta lontano…

Mentre le parole e i disegni del vecchio cadenzano le vicende del piccolo principe col ritmo pacato di un’aria francese del dopoguerra, la bambina scopre il piacere della fantasia e la forza dell’amicizia e prova sulla sua pelle che la vita spesso prende traiettorie curve che non si possono incasellare in una tabella a doppia entrata. Perché l’essenziale è invisbile agli occhi ed è solo col cuore che è possibile entrare in contatto con le altre persone, anche quelle che non ci sono più, magari alzando lo sguardo al cielo per ascoltare la risata dei nostri cari che arriva da una stella lontana.

E così, sfumando immaginazione, speranza e fede in un unico sentimento d’amore che abbraccia tutti gli esseri viventi, il film affronta anche il delicato tema della morte, un ultimo viaggio verso un mondo talmente remoto che l’anima è costretta ad abbandonare il corpo per trovare il giusto slancio. E chi resta non deve lasciarsi spaventare dal dolore perché inevitabilmente “si corre il rischio di piangere un poco quando ci si lascia addomesticare”.
Per quanto possano essere gratificanti, i rapporti umani richiedono però impegno e cura, come una rosa su un pianeta deserto, e comportano sempre delle complicazioni. Crescere significa dunque saper affrontare i conflitti, senza tentare di aggirarli con sotterfugi e bugie dalle gambe miseramente corte. E soprattutto senza dimenticare.

Un ammonimento rivolto in primo luogo a noi genitori, che non sappiamo ascoltare e raccontare storie, che troppo spesso abbiamo perso di vista i nostri sogni di bambini e non abbiamo più tempo per stare con i nostri figli. Per questo imbottiamo le loro giornate di ogni genere di attività, perché non si accorgano che siamo spariti, proprio come il papà della protagonista, e che a riempire il vuoto abbiamo lasciato solo delle cose fredde e grigie come campane di plastica con dentro grattacieli coperti di neve sintetica.

Sotto questa densissima mole di messaggi e di piani di lettura la parte finale del film scricchiola non poco e il filo della narrazione si ingarbuglia in una sottotrama ingombrante perdendo la levità della prima parte. L’esito rimane comunque notevole e si fa apprezzare anche per alcune importanti scelte formali.

L’animazione innanzitutto: una computer grafica essenziale ma impreziosita di immagini suggestive (le stelle rinchiuse nell’aspirapolvere!) a cui si alterna una stop motion di rara bellezza e poesia, realizzata interamente con carta e cartoncino e utilizzata per trasporre sullo schermo alcuni episodi derivati direttamente dal romanzo.
E poi nessuna spalla comica molesta, niente gag slapstick e spazio invece a una colonna sonora elegante che si tiene alla larga sia da canzoncine orecchiabili che da melodie pop più ritmate, per dar vita a un’atmosfera d’altri tempi, che nello spazio di poco più di un’ora mette una gran voglia di tornare a vivere a un’altra velocità.
Peccato solo che nella versione italiani alcuni personaggi siano stati guastati da un doppiaggio scadente, come la rosa (Micaela Ramazzotti), la volpe (Stefano Accorsi) e il vanitoso (Alessandro Siani).

Per la complessità dei temi trattati, il piccolo principe è adatto a bambini almeno in età scolare, anche se difficilmente coglieranno le molteplici chiavi di lettura. Mio figlio ha guardato il film con grande piacere ma le metafore sulla morte, sul senso profondo dell’amicizia e sul buon uso del tempo gli sono sfuggite del tutto. Anzi, verso la fine mi ha chiesto come mai il personaggio del piccolo principe era ritornato bambino e perché si era fatto mordere dal serpente. Non ha sofferto per niente la scarsa comicità del film mentre è stato sorpreso dalla bellezza di quei ritagli di carta che sullo schermo si trasformavano in fumo, foglie, cielo e impronte sulla sabbia. E fi nda subito si è affezionato molto al personaggio dell’aviatore perché aveva una casa zeppa di aggeggi e cianfrusaglie assortite.

Ma quando è stato il momento di tirare le fila e trovare un significato alla storia non ha avuto dubbi: “La morale è che i bambini sono migliori degli adulti”.
Il piccolo principe sarebbe daccordo con lui.

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