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Il pianeta proibito, fantascienza dell’inconscio


Visto con Riccardo, 9 anni

Il pianeta proibito, fantascienza dell’inconscio

Un pianeta deserto, un mostro invisibile e un'avanzatissima civiltà scomparsa: tra psicanalisi e titanismo Il pianeta proibito mantiene intatto il suo fascino ancora oggi

di Demis Biscaro 22/12/2015

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Ci sono storie che aprono finestre su altri mondi. Narrazioni essenziali, animate da idee forti, dove i personaggi si trovano a confrontarsi con dinamiche soverchianti originate da un contesto nuovo o inatteso, vero protagonista della storia. Rientra a pieno titolo in questa categoria Il pianeta proibito, opera fantascientifica del ’56 che segna l’esordio cinematografico di Leslie Nielsen, più conosciuto dal pubblico moderno per i suoi ruoli in alcune fortunate commedie demenziali.

L’attore canadese fa il suo debutto sul grande schermo nelle vesti di capitano dell’astronave terrestre C-57-D, inviata sul pianeta Altair IV alla ricerca dei sopravvissuti della spedizione Bellerofonte, approdata sul suolo alieno vent’anni prima. I nuovi arrivati scopriranno che l’unico superstite è il professor Morbius, geniale scienziato che vive con Alta, la figlia poco meno che ventenne, e l’avveniristico robot Robby. Sua principale occupazione è lo studio dei Krell, una civiltà aliena avanzatissima, sviluppatasi su Altair IV migliaia di anni prima e poi misteriosamente scomparsa nel giro di una notte. La situazione si fa critica quando l’astronave terrestre viene attaccata al calar delle tenebre da un mostro invisibile dalla forza devastante.

C’è chi ha rintracciato nella sceneggiatura e nei rapporti tra i personaggi principali schemi e ricorrenze che rimanderebbero a “La tempesta” di Shakespeare; si tratta forse di eccesso di analisi ma è indubbio che il film risenta di una certa impronta teatrale. Per cominciare c’è ben poca azione, nel senso moderno del termine, inoltre tutta la storia ha luogo in due sole location (l’astronave e l’abitazione del dottor Morbius) e conclude il suo arco narrativo nel giro di pochi giorni. Eppure, nonostante la sua staticità, il film riesce a mantenere ben desta l’attenzione (anche dei bambini!) fin dalle prime immagini, grazie a delle buone idee narrative, a una regia pulita e a una scenografia e una colonna sonora che reggono bene il gioco.

Di esploratori spaziali che incontrano mostri alieni su pianeti remoti è piena la fantascienza degli anni d’oro, ma questo film sorprende per il rovesciamento che mette in campo, anticipando di vent’anni un’altra pietra miliare del cinema fantascientifico: Alien, di Ridley Scott. Il mostro infatti non è una minaccia esterna ma vive dentro di noi e non è una tara esclusiva della razza umana. Il male anzi sembra consustanziale alla vita stessa, anche nella sua forma piú evoluta raggiunta dai Krell. Il male non si può eliminare ma solo tacitare temporaneamente, è uno spettro che se ne sta dietro l’angolo pronto a sbranarci non appena si abbassa la guardia.

Il peccato dei Krell è quello di Adamo: la superbia, il desiderio di potenziare fino ai limiti biologicamente ammessi le proprie facoltà mentali e di estenderle poi ancora con l’ausilio della piú complessa macchina elettrica mai creata, un supercomputer capace di materializzare letteralmente i pensieri di una mente sufficientemente potente da riuscire ad attivarla. Un dispositivo capace di portare l’uomo, o i Krell, a un passo da Dio. Ma a diferenza di Dio, ogni creatura senziente porta con sé “i mostri dell’Id”, le passioni primitive rinchiuse nel subconscio da milenni di evoluzione ma capaci di scatenarsi con una forza dirompente. È un percorso di discesa agli inferi che ha una sola possibilità di soluzione: l’autodistruzione. Una prospettiva dichiaratamente pessimistica che rilegge il titanismo romantico alla luce di più moderne suggestioni psicanalitiche e sociologiche.

La misura del folle volo dei Krell è resa in modo visivamente scioccante dalla discesa nei meandri dei gigantestichi circuiti del supercalcolatore, che si estende per chilomeri al di sotto della superficie del pianeta. Qui il lavoro sulle scenografie dà il meglio di sé concedendo prospettive ardite e scorci vertiginosi, quasi da opera espressionistica. Altrettanto funzionali e suggestive sono le animazioni del mostro, anche se l’idea vincente è stata quella di mantenerlo invisibile per la quasi totalità del film e di rivelarlo solo attraverso gli effetti della sua forza (la deformazione delle lastre d’acciaio, le orme nella sabbia, ecc.), amplificando nella fantasia dello spettatore la sua furia devastatrice.

Agli occhi di uno spettatore moderno la pecca maggiore della pellicola sta nella sottotrama romantica, smaccatamente hollywoodiana e non priva di una certa ambiguità, per il fatto che Alta, la giovanissima figlia di Morbius, si ritrova al centro di una tresca con due ufficiali, pur essendo completamente ignara delle dinamiche delle relazioni uomo-donna a causa dell’isolamento in cui è cresciuta.

Naturalmente di questo limite mio figlio non si è manco reso conto, dal momento che, dvista l’età, le parti romantiche lo annoiano in ogni caso, bene o male che siano condotte. Invece il suo cruccio principale è stato quello di capire quale fosse l’origine del mostro, cosa che era capitata anche a me quando avevo visto il film da ragazzino. A sentir nominare “i mostri dell’Id” e l’inconscio però ha sbarrato gli occhi, al che ho dovuto fermare la visione e fornirgli qualche spiegazione circostanziale sul subconscio e sulla forza delle emozioni che non sono sotto il nostro controllo. Com’era comprensibile è rimasto molto stupito dall’esistenza di questo lato oscuro della mente, ma non particolarmente turbato.

L’altro grande motivo di attrattiva è stato invece Robby, il robot del dottor Morbius, che incarna le leggi della robotica di Asimov e che all’epoca divenne subito un’icona della fantascienza tanto da comparire anche in altre opere cinematografiche e televisive.
Nel complesso Riccardo è rimasto molto soddisfatto dalla visione a riprova che le buone idee possono essere apprezzate a qualsiasi età.

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