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Il gigante di ferro, un’amicizia a prova di Bomba


Visto con Riccardo, 7 anni

Il gigante di ferro, un’amicizia a prova di Bomba

Una storia toccante e divertente in cui l'amicizia diventa l'arma più forte contro la follia collettiva generata dal clima paranoico della Guerra Fredda.

di Demis Biscaro 18/02/2013

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Quando si è bambini la dura realtà contro cui vanno ad infrangersi le misurate aspettative degli adulti non appare poi cosí compatta e monolitica, ma nasconde dei varchi inattesi attraverso cui il meraviglioso può insinuarsi e materializzarsi. Che è quanto succede al piccolo Hogarth, con i suoi nove anni e tanta voglia di credere agli invasori venuti dallo spazio. E’ il 1957, l’America vive la paranoia della Guerra Fredda e della Bomba, ma nella periferia di una cittadina di provincia se ne avverte solo un’eco lontana. E come nelle migliori fiabe una notte Hogarth incontra nel bosco un gigantesco robot di ferro caduto dal cielo e riesce a salvarlo prima che resti fulminato tra i cavi di una centrale elettrica. I due diventeranno amici inseparabili finché il l’intromissione del governo non trasformerà questo meraviglioso sogno in un incubo atomico.
Il primo lungometraggio di Brad Bird, futuro regista de Gli Incredibili e Ratatouille, si ispira al libro per ragazzi L’uomo di ferro di Ted Hughes ed è prodotto tra gli altri da Pete Townshend, leader dei The Who e grande ammiratore del romanzo. Il clima che si respira è quello di Stand by me, anch’esso ambientato nella periferia americana della fine degli anni ’50, con la differenza che alla dolente e amara nostalgia subentra uno spensierato stupore sprigionato dalla vivace personalità del giovane protagonista. Hogarth vive la sua infanzia con slancio e curiosità, immerso in uno stato di fantasiosa incoscienza tanto che l’incredibile avventura cui va incontro altro non sembra che la naturale estensione della sua immaginazione. Perché il gigante di ferro in fondo è la realizzazione delle più sfrenate fantasie di ogni bambino (alzi la mano chi non ha mai desiderato un compagno di giochi grande come un casa…) e svolge il triplice ruolo di amico, di fratello maggiore ma soprattutto di padre, quel padre che manca ad Hogarth e che è il grande assente di tutta la storia.
Il robot è il supremo protettore, capace perfino del sacrificio estremo, ma può trasformarsi anche in una terribile minaccia. Attorno alla sua figura ruotano i temi più importanti del film come l’antimilitarismo (o meglio l’antiautoritarismo), il rispetto per tutti gli esseri viventi e il rifiuto della violenza, capace di trasformare anche la più mite delle creature in un terribile mostro. Il mondo e la società elaborano modelli positivi (Superman) e negativi (l’agente governativo ossessionato dall’attacco straniero) ma solo a noi spetta decidere da che parte stare. “Tu sei chi scegli e cerchi di essere” ripete con convinzione Hogarth. Ed è proprio nelle situazioni estreme che il dilemma della volontà si fa decisivo.
Il design del robot è un omaggio alle creature meccaniche che popolano la fantascienza del secolo scorso, dagli alieni de La guerra dei mondi all’automa di Ultimatum alla Terra fino a Gigantor, (versione americana di Super Robot 28) e a Frankenstein Jr. di Hanna e Barbera. Notevole il lavoro svolto dall’animazione che è riuscita a conferire una grande espressività al gigante utilizzando solo la variazione di luminosità degli occhi e i movimenti della mascella e ha saputo sfruttare efficacemente l’uso delle ombre per aumentare la profondità delle immagini.
Ogni volta che Riccardo guarda il film finisce per rimanere affascinato dal robottone e dal suo legame speciale con Hogarth. Brad Bird dal canto suo dà prova di aver fatto tesoro sia della lezione del cinema umanistico di Spielberg (E.T. in primis) sia del sense of wonder degli anime giapponesi, realizzando un lungometraggio nel contempo spettacolare ed emotivamente coinvolgente. Merito anche di una sceneggiatura che rinuncia programmaticamente a qualsiasi spalla comica e preferisce delegare le parentesi piú leggere all’interazione tra i protagonisti che in questo modo si arricchiscono di inattese sfumature psicologiche.
Il film è molto divertente e mio figlio si fa un sacco di risate ogni volta che lo rivede, in particolare durante la lunga sequenza in cui la mano del robot gira di nascosto per casa oppure quando il gigante fa roteare vorticosamente l’automobile guidata da Hogarth come fosse un’astronave supersonica. Piú di tutto però preferisce le scene dove si fa piú palpabile e intima la vicinanza tra i due amici, come quella in cui il protagonista insegna al robot il significato di alcune parole.
Purtroppo all’uscita nelle sale nel 1999 il film non raccolse il successo sperato e tuttora non gode di grande notorietà. Nonostante ciò non c’è dubbio che sia un’opera da recuperare per i messaggi che veicola ma anche per le coraggiose soluzioni adottate nella messa in scena, nettamente controcorrente per l’epoca (niente spalle comiche, niente canzoni in colonna sonora). E ad un film del genere si perdona volentieri anche un improbabile lieto fine. Anzi, per una volta tanto, lo si attende col fiato sospeso.

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