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Il GGG, indimenticabile artigiano dei sogni


Visto con Riccardo, 10 anni

Il GGG, indimenticabile artigiano dei sogni

Il gigante buono di Spielberg accompagna adulti e bambini in un mondo fiabesco, dove i sogni sono l'arma più forte contro il male

di Demis Biscaro 2/03/2017

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Londra, notte fonda. Le ombre proiettate dai lampioni invadono i corridoi e gli androni del vecchio orfanotrofio mentre la piccola Sophie vigila come sempre sul riposo dei suoi compagni. Questa volta però nel vicolo la attende un’incredibile sorpresa: un gigante sta soffiando con una lunga tromba silenziosa attraverso la finestra del palazzo di fronte. Manco a dirlo la strana creatura afferra la piccola e la porta con sé nel paese dei giganti, esseri barbari dalle dimensioni spropositate che di giorno dormono e di notte vanno in giro a mangiare bambini.
Fortunatamente il rapitore altri non è che il GGG, il Grande Gigante Gentile, un essere premuroso e amichevole, abilissimo a catturare i sogni e a soffiare quelli più belli nel cuore dei bambini addormentati. A poco a poco i due diventeranno grandi amici e decideranno di chiedere aiuto alla Regina d’Inghilterra per mettere fine alle stragi dei giganti cattivi.

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Molto fedele all’omonimo romanzo di Roald Dahl, il film parte subito col piede giusto, ricreando un’atmosfera fiabesca in impeccabile stile british, con tanto di vicoli umidi, scale che scricchiolano, porte cigolanti e lunghe ombre sinuose. Di lì al Paese dei Giganti il passo (con la fantasia) è brevissimo. Come e forse piú dello scrittore gallese, Spielberg non mira a raccontare una storia ma ad accompagnare lo spettatore attraverso una variegata successione di suggestioni recuperate direttamente dall’immaginario dell’infanzia.

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Il GGG parla in modo sgrammaticato proprio come un bambino ed è a sua volta un mini-gigante che viene tormentato dai suoi compagni di taglia regolare. La grotta in cui vive è la materializzazione della casa che tutti avremmo voluto da piccoli, piena di attrezzature strane, con un letto a forma di nave pirata e una cascata che nasconde l’accesso a un laboratorio zeppo di barattoli in cui guizzano sogni multicolore. E naturalmente anche il GGG è costretto a mangiare le verdure, i repellenti “cetrionzoli”, mentre subito fuori dalla porta di casa si spalanca lo spaventoso mondo degli adulti, esseri grossi e tonti, mossi da una violenza tanto ripugnante quanto incomprensibile.

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L’emotività è una componente fondamentale del film e viene amplificata da alcune sorprendenti invenzioni visive (il “tuffo” nel mondo dei sogni) e da un uso insistito di inquadrature ravvicinate. Dal canto suo la sceneggiatrice Melissa Mathison (la stessa di E.T.!) intreccia abilmente amicizia, avventura e buoni sentimenti, ma non manca di mettere in scena anche la malvagità, punita col peggiore dei castighi: prendere coscienza del male compiuto senza possibilità di perdono.

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Spielberg si concede di tanto in tanto qualche autocompiacimento di troppo e confeziona una pellicola dalla durata forse eccessiva per un’opera così spiccatamente antinarrativa e indirizzata anche a un pubblico in età di prima scolarizzazione. Ma è innegabile che col personaggio del GGG ci offre un’indimenticabile metafora del cinema e insieme un delicato ritratto del mestiere di regista, un artigiano capace di catturare i sogni per plasmare sempre nuove fantasie. La computer grafica è ben amalgamata con le riprese dal vivo e i giganti quando si arrabbiano sono davvero spaventosi!

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A Riccardo, che per l’occasione si è riletto il romanzo, il film è piaciuto molto. Da principio non la smetteva di sottolineare le differenze col libro poi però si è fatto coinvolgere dalla magia delle immagini e alla fine è stato concorde nel ritenere che, al di là dei dettagli, il film era riuscito a rendere pienamente lo spirito della storia originale. Ha riso a crepapelle per i deflagranti effetti intestinali dello “sciroppio” del GGG ma ha apprezzato soprattutto la parte più onirica, in particolare la cattura e la creazione di nuovi sogni.

Altrettanto degne di nota sono la ricostruzione della colazione a Buckingham Palace e soprattutto l’interpretazione di Mark Rylance, che col suo sguardo dolente ci ha regalato il volto di un gigante un po’ meno ingenuo ma molto più saggio del suo corrispettivo letterario, una creatura buona che abiterà nei nostri cuori per molto, molto tempo.

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