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Il flauto a sei puffi, alla scoperta del villaggio blu


Visto con Riccardo, 7 anni

Il flauto a sei puffi, alla scoperta del villaggio blu

Una storia poco avvincente che punta tutto sulla comicità di Solfamí e l'originalità dei piccoli ometti blu.

di Demis Biscaro 18/03/2013

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Nati dalla penna del fumettista belga Pierre Culliford, in arte Peyo, nel lontano ’58, i puffi sono stati una delle figure centrali dell’immaginario fantastico dei ragazzini degli anni ’80, anche grazie alla serie animata trasmessa dalle reti Mediaset. Nel 2011, trent’anni dopo il loro debutto nei palinsesti italiani, i piccoli omini blu sono approdati nelle sale cinematografiche in una mise digitale tutta nuova e quest’estate, a quanto pare, sono intenzionati a concedere il bis. La loro prima apparizione sui grandi schermi (solo francesi purtroppo) risale però al 1976 con Il flauto a sei puffi, che ancora oggi rimane l’unico lungometraggio di pura animazione che li vede protagonisti. Ispirato alla loro prima storia, il film racconta di come il giovane cavaliere John e il suo scudiero pasticcione Solfamì abbiano viaggiato nel sogno fino al villaggio dei puffi a chiedere il loro aiuto per acciuffare Matteo Manolesta, un brigante che si è impadronito di un flauto magico capace di far ballare fino allo sfinimento chiunque ne ascolti la melodia.
Riccardo conosce i puffi molto poco, avendo visto solo qualche puntata della serie TV, ed era molto ansioso di vederli all’opera, tanto che dopo un quarto d’ora mi ha chiesto un po’ seccato: “Ma dove sono i puffi?!”. In effetti nella prima mezzora restano (quasi) fuori scena mentre chi tiene banco è Solfamì, spalla comica promossa per l’occasione a personaggio centrale per supplire alle vistose carenze del plot, sostanzialmente piatto e scarsamente avvincente. Proprio come un bambino, il piccolo scudiero è ingenuo ma molto sicuro di sè, gran mangiatore e soprattutto cantante stonatissimo, caratteristica attorno a cui ruotano le migliori gag del film.
Riccardo ha seguito la storia senza entusiasmo e senza noia. Ciò che lo divertiva di più erano i movimenti scomposti che facevano tutti quelli che ballavano al suono del flauto. Particolare curioso della trama è che la soluzione adottata per sconfiggere Manolesta è quella di costruire un altro flauto magico per affrontare il malfattore ad armi pari. Un po’ come se gli Elfi de Il signore degli Anelli avessero creato un nuovo Anello per sconfiggere il potere di quello di Sauron…
Dopo la comparsa dei puffi, di breve durata nell’economia complessiva del film, Riccardo si è fatto un po’ piú attento ma non di molto. Come nella serie elevisiva, gli ometti blu vengono collocati nel verde di un bosco lussureggiante (celebri le casette costruite all’interno dei funghi) che si contrappone all’ambiente urbano in cui vivono i due protagonisti. E proprio nel rispetto della Natura e nell’apprezzamento del suo valore sta il messaggio piú significativo del film, tanto che il nuovo flauto viene estratto dal cuore del tronco di un albero senza bisogno di ulteriori riti magici, come a dire che la Natura è già di per sé generosa di elementi prodigiosi e sorprendenti, basta avere gli occhi e il cuore aperti per saperli accogliere.
Particolarmente piacevole è la rappresentazione grafica delle ambientazioni, ricche di dettagli e di sfumature in cui prevalgono tonalità realistiche, scure ed opache. Anche la regia sorprende di tanto in tanto qualche inquadratura poco consueta (in grandangolo o dal basso) che vivacizza una narrazione altrimenti piuttosto monotona.
Consigliato principalmente ai più piccoli, Il flauto a sei puffi si fa guardare se non altro per la curiosità di sapere com’è avvenuto il primo contatto tra gli uomini e i puffi ma difficilmente invita ad una seconda visione.

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