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Il drago invisibile, tante coccole ma poche emozioni


Visto con Riccardo, 9 anni

Il drago invisibile, tante coccole ma poche emozioni

La rivisitazione del classico Disney affascina gli occhi ma non tocca il cuore, nonostante un cast di ottimo livello e un protagonista tutt'altro che invisbile

di Demis Biscaro 13/09/2016

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Di draghi ce n’è di tutti i tipi, i bambini lo sanno bene. Ci sono quelli orripilanti e affamati d’oro come Smaug de Lo Hobbit; quelli eleganti e generosi come Fùcur de La storia infinita; quelli letali ma fedeli come Sdentato di Dragon Trainer. E poi c’è Elliott: verde (o invisibile, all’occorrenza), goffo e con un cuore di panna. Grazie a lui il piccolo Pete è riuscito a sopravvivere in un bosco del nordamerica per sei anni, dopo aver perso i genitori in un incidente stradale. Quando a undici anni verrà avvistato da una sua coetanea, Natalie, dovrà decidere se restare a vivere tra gli alberi col suo ingombrante amico o entrare definitivamente nella società degli uomini.

Dopo l’incerto spin-off de La bella addormentata nel bosco e l’efficace rivisitazione in computer grafica de Il libro della giungla, la Disney torna a rovistare nello zaino dei ricordi, ripescando stavolta uno dei suoi classici meno noti al giovane pubblico: Elliott il drago invisibile. Benché presentato ufficialmente come un remake (il titolo americano di entrambi è “Pete’s Dragon”) il nuovo lavoro ha ben poco da spartire con l’originale del ’77. Laddove il film di Don Chaffey (regista de Gli Argonauti) recuperava suggestioni e atmosfere dal sapore dickensiano (Pete era un orfanello sfruttato da adulti malvagi), la nuova pellicola si muove lungo direttrici piú vicine alla sensibilità moderna, intrecciando tematiche come l’ambientalismo, il passaggio dall’infanzia alla preadolescenza, il rapporto tra le generazioni e una piú ampia concezione di famiglia.

Naturalmente il personaggio centrale è il drago, su cui però vengono accumulati fin troppi significati metaforici. Da un lato è una creatura fantasiosa, che aiuta Pete a superare il trauma della perdita dei genitori, ma dall’altro è anche il simbolo dell’infanzia perduta, territorio a cui è salutare fare ritorno di tanto in tanto, per mantenere la mente e gli occhi aperti al meraviglioso: “Se passerete la vita a vedere solo le cose chiare ed evidenti allora vi perderete molte cose.”, ci ammonisce il vecchio Meacham.
Ma non è finita qui perché Elliott è anche l’incarnazione dello spirito della Natura che si erge a difesa del bosco contro l’avidità e la violenza dell’uomo, trasformandosi così in una sorta di ponte tra generazioni differenti, tutte figlie della stessa terra.

Purtroppo la sceneggiatura e la costruzione del personaggio non sono all’altezza delle ambizioni e la storia non riesce mai a trovare una propria identità, finendo per smarrirsi in una nebulosa terra di nessuno a cavallo tra fiaba, favola e allegoria. Con l’aggravante che tutte le situazioni potenzialmente drammatiche sono sistematicamente risolte nel giro di un paio di scene, come a non voler turbare in alcun modo gli spettatori piú piccoli.
Spogliando il drago di qualsiasi attributo minaccioso fin dal primo incontro con Pete il film si gioca la possibilità di trasmettere quel senso di magia che nasce dall’incontro del quotidiano col fantastico. Perché lo stupore ha bisogno di un pizzico di timore per farsi maestoso e trasformarsi in meraviglia, e di certo non bastano un paio di scene strappalacrime piazzate ad arte per dar voce all’emozione.

Notevole comunque il cast, che accosta vecchi miti (Robert Redford) a nuove leve (Bryce Dallas Howard, Karl Urban) e si veste di una colonna sonora folk che è tra le cose migliori di questo remake.

Nonostante tutto mio figlio ha tratto nel complesso una buona impressione dal film, colpito soprattutto dalla bellezza dei paesaggi e dalle scene di volo a dorso di drago. Ciò che più lo ha sorpreso è stata però la sequenza finale, un po’ piú drammatica, dove finalmente il drago dà prova di sapere il fatto suo. Non l’ho visto invece molto coinvolto dal legame di amicizia tra Pete ed Elliott, ma d’altra parte se una storia punta a tenere i bambini lontani dalle zone d’ombra della vita (e del proprio cuore) perde inevitabilmente di intensità.

Chesterton scriveva che “Le fiabe non insegnano ai bambini che esistono i draghi. I bambini lo sanno già. Quel che le fiabe insegnano ai bambini è che i draghi possono essere sconfitti”.
Il drago invisibile dal canto suo ci mostra che i draghi possono anche diventare nostri amici. Peccato non sia il primo a farlo e che si adoperi davvero troppo poco perché questo importante messaggio trovi spazio nel cuore dei piccoli spettatori.

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