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I banditi del tempo, in fuga da Dio


Visto con Riccardo, 9 anni

I banditi del tempo, in fuga da Dio

Un bizzarro ibrido di avventura picaresca e allegoria antiborghese, con qualche crepa ma di grande impatto visivo

di Demis Biscaro 25/01/2016

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Parallelamente agli impegni con il gruppo comico britannico dei Monty Python, Terry Gilliam avvia già a partire dalla fine degli anni ’70 una carriera di cineasta indipendente, firmando la regia di film di grande impatto come L’esercito delle dodici scimmie e Paura e delirio a Las Vegas.

Nel 1981, scrive e dirige I banditi del tempo, un film per ragazzi che ha per protagonista Kevin, un undicenne inglese che finisce coinvolto in un’assurda fuga attraverso le epoche della storia umana. A trascinarlo a spasso nel tempo c’è un caotico gruppo di nani, inseguiti nientemeno che da Dio, intenzionato a riprendersi la mappa dei “buchi” spaziotemporali prima che finisca nelle mani sbagliate. Ad esempio quelle del diavolo.

Quello che sulla carta appare come un classico film di avventura per bambini, sotto lo sguardo deformante di Terry Gilliam subisce un’inevitabile metamoforosi in qualcosa di bizzarro e difficilmente definibile. Indubbiamente c’è una buona dose di avventura e di sfacciataggine picaresca in questo manipolo di nani che scorrazzano su e giú per il tempo a caccia di tesori, ma piú forte ancora è la volontà del regista-sceneggiatore di mettere a nudo la pochezza morale dell’uomo e di esercitare il suo corrosivo sense of humor su quanto la società borghese ha di piú sacro: famiglia, Dio, eroi della Storia. Il film assume dunque ben presto i contorni di una dissacrante allegoria, a tratti divertita, a tratti allucinata, alimentata da una regia che gioca con le inquadrature in modo spregiudicato per ottenere evidenti effetti stranianti.

I genitori di Kevin, ad esempio, sono persone socialmente alienate: il padre non fa che leggere il giornale tutto il tempo mentre la madre è ossessionata dal possesso dell’ultimo ritrovato della tecnologia domestica (tostapane o forno a microonde che sia); Napoleone e Robin Hood sono imbarazzanti macchiette avulse dalla realtà e perse dietro le proprie idiosincrasie; il diavolo vive rinchiuso in un tenebrosa fortezza traboccante di macchinari, cavi elettrici, plastica e tubi, asservito anch’esso al culto della tecnologia di consumo e circondato da lacché senza cervello che fa esplodere (letteralmente) non appena lo contraddicono. E Dio? L’Essere Supremo ha l’aspetto e l’atteggiamento di un grigio dirigente d’azienda plenipotenziario, che non si cura di lasciar morire torme di uomini al solo scopo di collaudare la sua opera imperfetta: l’Universo.

Nessuno si salva se non il piccolo Kevin, unica anima candida che rappresenta un fioco barlume di speranza per il futuro, purché non venga corrotto da una famiglia deviata. Ma a questo ci pensa il buon Terry Gilliam facendo esplodere i genitori pochi secondi prima dei titoli di coda.
Nel complesso I banditi del tempo è un film sbilenco, una sintesi tra istanze contrastanti riuscita solo a metà. I bambini si godranno la parte piú avventurosa, pur con tutte le sue lentezze, mentre gli adulti saranno presi a decodificare i messaggi piú caustici. Tuttavia i due piani di lettura (quello immediato e quello allegorico) non sempre si amalgamano in modo omogeneo ma più spesso si alternano con risultati altalenanti.

Certo non è una pellicola che si ispira a canoni educativi consolidati, e per questo è opportuna la presenza dei genitori durante la visione, ma è comunque un’opera molto fantasiosa con il pregio di avere una componente visionaria molto potente, difficile da rintracciare in altri film per bambini.

Riccardo dal canto suo è rimasto parecchio disorientato di fronte ad alcune sequenze (come quelle con Napoleone e Robin Hood) non sapendo bene come interpretare la comicità nonsense di Gilliam. Per non parlare di quando comparivano Dio o il diavolo, completamente diversi dall’iconografia cristiana a cui è abituato. Le parti più tradizionalmente fantasiose invece gli sono piaciute molto, in particolare quella con il gigante e l’orco, ma si è illuminato anche durante il duello tra Agamennone e il Minotauro, anche se era perplesso che fosse Agamennone e non Teseo ad affrontare il mostro…
Ma più di tutto è rimasto colpito dalla Fortezza delle Tenebre Eterne, la dimora del diavolo, col suo oscuro labirinto e le gabbie sospese nel buio sopra il nulla. La componente allegorica non l’ha neppure sfiorato ma quell’immagine l’ha impressionato così tanto da rievocarla più volte nei giorni successivi. E in fondo è proprio questo uno dei maggiori meriti di Gilliam, quello riuscire a toccare – come i poeti – delle corde tese tra immaginazione ed emotività, lasciandosi alle spalle qualunque valutazione razionale sulle sue opere.

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