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Gli Argonauti, fantasy ante litteram


Visto con Riccardo, 9 anni

Gli Argonauti, fantasy ante litteram

Gli effetti speciali in stop motion di Ray Harryhausen fanno breccia anche nell'immaginario dei bambini d'oggi

di Demis Biscaro 22/04/2016

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Uscito nelle sale nel lontano 1963, Gli Argonauti rientra a pieno titolo nella categoria dei peplum, ossia di quei drammi (piú o meno) storici ambientati nell’antica Grecia, al tempo dei Romani o di ispirazione biblica. Il nome prende origine proprio dalla tunica femminile greca (il peplo, appunto) che indossano i personaggi femminili in queste produzioni. Fatta salva qualche rara eccezione, attualmente il genere è praticamente scomparso dopo aver avuto tra gli anni ’50 e ’60 il suo periodo di massimo successo.

Il film di Don Chaffey riprende per sommi capi la vicenda narrata da Apollonio Rodio nel suo poema Le Argonautiche: protagonista è Giasone, che per riprendersi il trono di Tessaglia usurpato da Pelia, intraprende un viaggio pericolosissimo verso la Colchide, una terra collocata al di là dei confini del mondo allora conosciuto. Lo scopo è recuperare il mitico vello d’oro, il manto dorato di un ariete che solo gli consentirebbe di diventare re. Con lui si imbarcano alcuni dei più valorosi eroi greci, tra cui Ercole. L’aiuto decisivo verrà però da Medea, maga figlia di Eeta, re della Colchide, e innamorata di Giasone.

Tolti alcuni kolossal epocali come Ben Hur o I dieci comandamenti, l’esibita ingenuità dei vecchi peplum hollywoodiani non può che far sorridere lo spettatore moderno, abituato a un modo di fare cinema molto più disincantato. Tanto più che c’è poco o nessun rispetto per la verità storica né aderenza alle fonti dei racconti mitologici. Tuttavia in certa misura questi film funzionano ancora discretamente coi bambini. Avventura, esotismo, eroi, creature mostruose sono ingredienti che esercitano comunque un’irresistibile attrattiva per i piccoli spettatori e perfino la confezione visibilmente datata non fa che accrescere la curiosità nei confronti di un’opera che ai loro occhi assume i contorni di un fantasy ante litteram.

Gli Argonauti, in particolare, vanta gli effetti speciali di Ray Harryhausen, geniale artista scomparso qualche anno fa e maestro dello stop motion. Giganti di bronzo, arpie dalle ali di pipistrello, draghi a più teste e perfino un esercito di scheletri emerso dalla terra interagiscono in modo assolutamente credibile con gli attori in carne e ossa grazie a una straordinaria animazione a passo uno. Abituati come siamo alla levigatezza degli effetti digitali delle grandi produzioni hollywoodiane, l’artigianato artistico di mezzo secolo fa, ruvido e imperfetto ma portato a livelli magistrali da talenti come Harryhausen ha un sapore quasi magico.

Riccardo da principio era un pochino diffidente nei confronti di questo film ma non appena hanno cominciato a far capolino gli dei e le prime creature fantastiche non ha più distolto gli occhi dallo schermo. Poco importa che la recitazione e la messa in scena non fossero così accattivanti e che il ritmo non potesse neppure essere paragonato a quello dei film piú recenti, ma l’impianto avventuroso e il desiderio di vedere nuove creature animate in modo così diverso – eppure così realistico – da quanto è abituato a vedere di solito l’hanno catturato completamente.

“Ma come mai il gigante sembra che si muova a scatti?” mi ha chiesto quasi subito. “Perché è animato in stop motion, come Shaun e i personaggi di Nightmare Before Christmas. ” “Ah, davvero?!” ha commentato stupito. E l’incredulità ha raggiunto l’apice di fronte al combattimento con gli scheletri spuntati dalla terra in quella che, neanche a dirlo, è stata la sua scena preferita.
Niente messaggi, nessun particolare risvolto educativo e nessuna morale finale, solo meraviglia e curiosità per un modo di fare cinema che non c’è piú.
E ogni tanto va bene anche cosí.

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