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Frankenweenie, il cinema è il miglior amico dell’uomo


Visto con Riccardo, 7 anni

Frankenweenie, il cinema è il miglior amico dell’uomo

Una commovente dichiarazione d'amore alla settima arte, condotta con gusto dell'ironia e un'affettuosa cura verso i personaggi

di Demis Biscaro 21/01/2013

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Dopo i poco convincenti Alice in Wonderland e Dark Shadows, Tim Burton fa punto e a capo e riparte da un vecchio cortometraggio del 1984 abbandonando il live action per uno stop motion che ricorda da vicino quello già sperimentato con successo ne La sposa cadavere. La storia è semplice: quando il piccolo Victor Frankenstein perde il suo cagnolino in un incidente d’auto non si dà pace e, dopo aver appreso che con l’elettricità si possono far muovere anche i cadaveri, riesce a riportarlo in vita sfruttando un temporale propizio. Gli abitanti di New Holland però non accettano di buon grado il redivivo Sparky e a complicare le cose (e questa è la principale novità rispetto alla trama originale) ci si mettono anche i compagni di classe che tentano di ripetere l’esperimento con esiti a dir poco nefasti.
Prendendo spunto dalla semplice amicizia tra un cane e il suo padroncino, Burton riesce a far collidere il cupo racconto gotico di Frankenstein col mito di Orfeo ed Euridice, trasformando il folle atto prometeico dello scienziato svizzero in un commovente ed estremo gesto d’affetto, istintivamente giustificabile e dunque condivisibile, come un’ultima scarica di defibrillatore fuori tempo massimo. L’empatia col piccolo protagonista è inevitabile e il regista la sfrutta abilmente per accompagnare lo spettatore attraverso un malinconico e sentito omaggio (rigorosamente in bianco e nero) al cinema “di mostri” del tempo che fu, in cui inventiva e abilità artigianale sopperivano alla scarsità di mezzi per portare sullo schermo fantasiose creature dell’orrore. Le citazioni non si contano e sono per la maggior parte riconducibili ai cult movie di James Whale “Frankenstein” e “La moglie di Frankenstein”, ma c’è spazio anche per Dracula, la mummia, l’uomo invisibile, il licantropo, Gamera (mitica tartaruga gigante avversaria di Godzilla) e i più recenti Gremlins.
In linea con questa atmosfera da amarcord l’esperimento di Victor può essere riletto come l’atto creativo del regista stesso che, disseppellendo emozioni e ricordi dal proprio intimo, infonde loro una nuova vita elettrica creando così la sua opera, il film, strano ibrido di invenzione e realtà che con la sua ambigua somiglianza con il mondo reale costituisce una pietra di scandalo che turba ed affascina nello stesso tempo, così come il resuscitato Sparky provoca repulsione mista a curiosità nei vicini di casa. In questa prospettiva, in cui la scienza si identifica con la tecnica cinematografica, mette un brivido di commozione ripensare alle indimenticabili parole con cui il professor Rzykruski, che non a caso ha i lineamenti di Vincent Price, ammonisce Victor: “Alla gente piace quello che la scienza [cioè il cinema] gli dà, ma non le domande. Non le domande che pone.” Ma il cinema si nutre di passione oltre che di ingegno ed ecco perché i compagni di Victor che tentano di ripetere la sua impresa per gretto opportunismo falliscono miseramente.
Anche Riccardo è rimasto molto colpito da Mr. Rzykruski, tanto che la sua scena preferita è stata quella in cui l’insegnante mostra in classe come l’elettricità riesca a far muovere le gambe di una rana morta. D’altra parte Tim Burton è maestro nell’accordare i temi classici dell’horror con il senso del macabro tipico dell’infanzia (Riccardo adora Nightmare Before Christmas) e qui ne dà un’ulteriore prova. Anche i mostri che popolano la seconda parte della pellicola non hanno spaventato per niente mio figlio che anzi li ha trovati buffi e divertenti, anche se non è escluso che il loro aspetto aggressivo possa inquietare qualche spettatore più facilmente impressionabile.
Per celebrare questa sua personalissima e stratificata dichiarazione d’amore verso la settima arte il regista chiama a raccolta un manipolo di personaggi bizzarri, mettendoli in scena con l’affetto e la cura caratteristici dei suoi lavori migliori. Perché Frankenweenie, come il recente ParaNorman, è anche una riflessione sulla solitudine e l’emarginazione di coloro che la società etichetta come “diversi”: ancora una volta i mostri non sono i bambini che cercano vie inconsuete e “proibite” verso l’età adulta ma i loro genitori, pronti ad impugnare le fiaccole non per illuminare il cammino dei figli ma per portare distruzione e (vero) terrore.
Nel complesso il film non punta ad un divertimento sfacciato, anche se qua e là Riccardo si è fatto qualche risata, ma ha il pregio di essere percorso per tutta la sua durata da un rivolo di sottile ironia che contribuisce ad alleggerire le situazioni più tristi e delicate, come quelle legate alla morte, qui ricondotta con elegiaca semplicità ad un evento familiare, quasi quotidiano, laddove la società attuale l’ha accantonata come un innominabile tabú. E comunque la distinzione tra realtà scientifica e componente fantasiosa è risultata ben chiara anche a Riccardo che uscendo dalla sala mi ha detto “Secondo me non è possibile far tornare in vita qualcuno usando l’elettricità perché quella serve solo a far muovere gli arti e basta”. Io ho confermato ma lui ha rilanciato: “E allora, come si fa a far tornare in vita una persona morta?”. “Eh, non si può.” ho dovuto ammettere.
Sintesi di temi e stilemi del miglior Burton, Frankenweenie è il film di un regista che a cinquant’anni suonati è ancora profondamente convinto di fare il più bel lavoro del mondo. E quando Sparky nella scena finale si solleva ancora una volta da terra è il cinema stesso, prodigiosa combinazione di luce elettrica e passione, che torna in vita con lui. E questo non può che far ben sperare.

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