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Dragonheart, un fantasy che non colpisce al cuore


Visto con Riccardo, 8 anni

Dragonheart, un fantasy che non colpisce al cuore

Un film che non riesce mai davvero a toccare nel profondo lo spettatore, nonostante il notevolissimo protagonista digitale e il finale drammatico

di Demis Biscaro 20/02/2015

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In un medioevo imprecisato un re tiranno soffoca nel sangue l’ennesima rivolta di contadini affamati ma rimane ucciso in battaglia. Prima ancora che esali l’ultimo respiro il figlio Einon (David Thewlis) gli strappa la corona di mano e subentra al comando ma viene anch’egli gravemente ferito. A salvarlo sarà un drago che, alla presenza della regina madre Aislinn (Julie Christie) e del cavaliere Bowen (Dennis Quaid), gli donerà metà del suo cuore in cambio della promessa di governare con saggezza, secondo L’Antico Codice dei cavalieri di Camelot. Purtroppo il giovane re si dimostra ancora più sanguinario del padre e Bowen, convinto che sia stato il cuore di drago ad avvelenare l’indole del nuovo sovrano, lascia il castello per andare ad uccidere la bestia. Ma inaspettatamente il loro incontro sarà l’inizio di un’amicizia che cambierà per sempre l’esistenza di entrambi.
Qualche anno prima di Fast and Furious e xXx, Rob Cohen firma la regia di questo fantasy senza lode e senza infamia, che su una classica storia di caduta e redenzione innesta motivi moderni, sia nel contenuto (il ribaltamento del ruolo del mostro) che nella forma (una buona dose di ironia). L’obiettivo è quello di raggiungere uno spettro di pubblico più ampio possibile, per cui a beneficio degli adulti non mancano le tradizionali battaglie all’arma bianca ma per tutelare i bambini non una sola goccia di sangue scorre davanti alla macchina da presa e anche il romance improbabile tra il nobile cavaliere e la valorosa contadina è appena suggerito, così da evitare “imbarazzanti” scene d’amore.
La regia è piuttosto convenzionale e ben si adatta alla medietà di un film che se non accusa mai vere cadute di stile non vanta neppure particolari motivi per farsi ricordare. Con un‘unica grande eccezione: il drago. A vent’anni di distanza la creatura digitale, animata dalla Industrial Light and Magic di George Lucas, funziona ancora molto bene: è realistica, credibile, affascinante e straordinariamente viva. Unica pecca è il doppiaggio italiano di Gigi Proietti che sostituisce quello originale di Sean Connery. Un doppiaggio tecnicamente buono, ma con un taglio prevalentemente leggero e autoironico che risulta spesso fuori tono rispetto al ruolo del rettile gigante, vera e propria incarnazione di valori tradizionali come onore, amicizia, verità, coraggio e speranza. Insieme a queste virtù degne del Codice di Camelot il film celebra anche qualità più moderne, come la tolleranza e l’apertura nei confronti del diverso. E nella parabola di Bowen, cavaliere impeccabile ridotto a truffare la gente dei villaggi per sbarcare il lunario, si legge un monito piuttosto disincantato e pragmatico sulla fragilità dei sogni e su come le difficoltà prosaiche della vita spesso riescono a smussare anche il coraggio e la virtù più acuta.
Nel complesso il film funziona meglio non tanto nei momenti eroici quanto piuttosto in quelli comico-picareschi, laddove Dennis Quaid, che non è propriamente un campione di espressività, riesce a giocare bene le sue carte nel ruolo di un cavaliere degratatosi al rango di mascalzone dal cuore d’oro. Particolarmente divertenti sono le scene in cui compare Fratello Gilbert, un frate-poeta itinerante molto poco spirituale, che ha il ruolo di spalla comica ed è interpretato da Pete Postlethwaite. Incantevole anche Julie Christie, sebbene relegata a un ruolo minore, unica creatura che insieme al drago sembra uscita da un’altra epoca, leggendaria e perduta.
Com’era prevedibile per tutto il film Riccardo non aspettava altro di vedere sempre nuove scene con il drago, che l’ha affascinato soprattutto per la sua inattesa capacità di parlare e di comunicare con gli uomini in modo del tutto naturale. Lo sviluppo delle vicende l’ha seguito in modo piuttosto distratto tanto che ho dovuto spiegargli per bene il legame vitale che si era instaurato tra Einon e il lucertolone alato. E nonostante un protagonista di così grande effetto, Riccardo non si è affezionato granché alla storia e ai personaggi e li ha dimenticati molto presto. E in effetti questo è il limite principale del film: a dispetto del titolo, non colpisce mai davvero al cuore.

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