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Doraemon – il film, la felicità non si merita


Visto con Riccardo, 8 anni

Doraemon – il film, la felicità non si merita

Frammentario e animato in modo poco soddisfacente, il primo film in CGI dedicato al gattone robot esorta i bambini all'impegno ma tra le righe nasconde un visione della vita piú disincantata

di Demis Biscaro 30/01/2015

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Pigro, sbadato e con pochissima voglia di darsi da fare, Nobita non è quel che si dice un bambino modello. La sua esistenza tuttavia cambia radicalmente quando il suo pronipote gli porta in dono dal futuro un gatto robot, Doraemon, capace di generare i “ciusky“, dispositivi fantascientifici utili per semplificarsi la vita. Grazie a questi strabilianti gadget Nobita cercherà di far colpo sulla sua compagna di classe Shizuka, per cui ha un’inguaribile cotta ma che invece è attratta da Dekisugi, studente modello, impegnato e serio. Nonostante ciò dopo un’incredibile sequenza di disavventure attraverso lo spazio e il tempo il ragazzino ormai adulto riuscirà a coronare il suo sogno d’amore.
“Stand by me Doraemon” è il trentacinquesimo film d’animazione (il primo in CGI) ispirato alle avventure del celebre gattone azzurro, nato alla fine degli anni ’70 e noto al pubblico italiano soprattutto per le serie TV a lui dedicate. E dalle serie televisive il film mutua ritmo, gag e struttura narrativa, ereditandone quindi pregi e difetti: il comportamento parossistico dei personaggi, l’immediatezza della comicità slapstick e gli improbabili ciusky fanno ancora presa su spettatori grandi e piccoli ma la ripetitività delle situazioni e la sostanziale mancanza di evoluzione dei protagonisti alla lunga solleva un velo di noia sulle vicende di Nobita e compagni. La storia inoltre si ispira a tre diversi episodi del manga originale senza riuscire però ad amalgamarli adeguatamente, lasciando cosí filtrare una sensazione di frammentarietà che indebolisce un filo narrativo già di per sé esile oltre che ingarbugliato dai ripetuti viaggi nel tempo.
Sotto l’aspetto tecnico, la computer grafica dà il meglio nella resa dei paesaggi della periferia urbana giapponese ma non funziona altrettanto bene con i personaggi, penalizzati da un aspetto piuttosto “gommoso” e da un’animazione non proprio impeccabile. Desta non poche perplessità anche la scelta di riproporre in CGI gli stessi effetti visivi utilizzati nei disegni animati tradizionali, ottenendo di riflesso un involontario effetto grottesco che il piú delle volte stona col contesto.
A scanso di equivoci i messaggi rivolti ai piccoli spettatori sono enunciati in modo esplicito: non arrendersi di fronte alle difficoltà, non essere avventati nelle decisioni e soprattutto non fare troppo affidamento sulla tecnologia perché non esistono dispositivi in grado dare la felicità, che va invece conquistata con impegno e determinazione. Questo a parole. Ma in realtà, al di sotto della patina didascalica, il film svela al pubblico più smaliziato una visione della vita disincantata e amara. Innanzitutto l’impegno di Nobita in realtà non serve a granché visto che tutti i suoi sforzi sarebbero vani senza un provvidenziale aiuto esterno (i ciusky, gli amici, un altro sé stesso, ecc.). Nonostante questo e nonostante la lista dei suoi difetti sia pressocché infinita, Doraemon non riesce a fare a meno di volergli bene e lo stesso capita a Shizuka, che pur con qualche incertezza decide di sposarlo senza una ragione particolare. A cosa è servito dunque il senso di responsabilità, l’intelligenza, la cortesia e tutto l’affetto di Dakisugi verso Shizuka: assolutamente a niente. Perché l’amore, ovvero la felicità piú vera, non si merita e non si guadagna, si riceve in dono e basta. Chi ricorda l’Orlando Furioso sa che la bellissima Angelica si concede in sposa al primo Medoro che passa, buttando alle ortiche virtú e sacrifici dei più nobili paladini che per lei avevano rischiato la vita. Nobita è il Medoro di turno: a lui tocca Shizuka e la felicità mentre agli altri rimane il fardello delle loro inutili virtù. È una prospettiva poco conciliante (Orlando infatti smarrì il senno…) ma forse contiene più verità di quanta siamo disposti ad ammettere.
A differenza mia, che non ho mai amato molto la serie televisiva, mio figlio è un assiduo spettatore degli episodi di Doraemon ma di fronte a questo film non ha fatto i salti di gioia, nonostante abbia riso di gusto a un paio di sequenze comiche particolarmente serrate. Discreto successo hanno riscosso anche i finti errori di recitazione che fanno da sfondo ai titoli di coda ma durante il film Riccardo non ha prestato molta attenzione alle vicende sentimentali di Nobita quanto piuttosto ai fantasiosi marchingegni di Doraemon: il copter (l’elichetta che ci si mette in testa per volare) era il suo preferito ma avrebbe voluto avere in casa anche la “Dokodemo porta”, utile per passare istantaneamente da un luogo a un altro, dal momento che anche lui come Nobita al mattino è sempre in ritardo! E di ritorno dal cinema mi ha confessato: “Papà, ho capito che i ciusky non sono la soluzione ai problemi…però sarebbe bello averne qualcuno!”. Certo, quello per acchiappare la felicità andrebbe a ruba, ma purtroppo non ce l’ha neppure Doraemon…

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