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Daltanious, l’impero degli orrori


Visto con Riccardo, 8 anni

Daltanious, l’impero degli orrori

Un robot spettacolare è al centro di una storia ricca di colpi di scena, in cui dramma e ironia fanno da cornice a temi di notevole spessore

di Demis Biscaro 30/04/2015

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Nel 1995 la Terra langue sotto il dominio degli Akron, una potente stirpe aliena che punta alla conquista della Galassia sotto la guida del Supremo Kloppen, comandante in capo nominato dal Mega Imperatore Ormen. Tra i sopravvissuti vi sono Kento e Dani, due giovani orfani che hanno raccolto un gruppetto di bambini rimasti senza casa e senza famiglia. Un giorno i ragazzi portano accidentalmente alla luce una base segreta, sorvegliata dal dottor Earl, uno scenziato proveniente dal pianeta Helios, un tempo capitale di un impero pacifico che si estendeva su quasi tutta la Galassia. Costretti dal dottor Earl a salire a bordo del robot Antares e dell’astronave Gumper, Kento e Dani riescono a respingere l’ennesimo attacco degli Akron e a formare, con l’intervento del leone meccanico Beralios, il potentissimo robot Daltanious, estremo baluardo della resistenza terrestre contro gli invasori. L’esistenza di Kento subirà una svolta quando scoprirà di essere il figlio del principe Harlin, erede al trono dell’Impero di Helios ritenuto (erroneamente) morto…
Prodotto dalla collaborazione tra la Sunrise (la casa di Zambot 3, Daitarn 3, Trider G7) e la Toei Animation (Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Atlas Ufo Robot, Jeeg, Capitan Harlock), Daltanious spicca nel panorama delle serie animate di fine anni ’70 per l’originale mecha design del robot protagonista, che raffina l’idea alla base del Gaiking di Go Nagai adattandolo alla consolidata tradizione Sunrise dei robot componibili e trasformabili. Il risultato è un robot che a 36 anni dalla nascita ha mantenuto intatto il suo fascino, grazie soprattutto a Beralios, il leone meccanico senza pilota che fa bella mostra della sua testa al centro del petto di Daltanious e che a dire il vero avrebbe potuto essere utilizzato con più generosità nel corso della serie.
Ma lo stacco rispetto a buona parte degli anime coevi è determinato anche dalla drammaticità dell’intreccio e dalla profondità dei temi trattati. Come già accadeva in Zambot 3, i devastanti effetti della guerra vengono mostrati in tutta la loro crudezza: i pochi sopravvissuti soffrono la fame e si muovono in un paesaggio urbano che è una teoria ininterrotta di macerie, bambini e ragazzi sono orfani lasciati in balia di sé stessi e i profughi spesso sono perseguitati dagli stessi terrestri che hanno perso qualsiasi senso di solidarietà a causa delle precarie condizioni di vita. Un’atmosfera emotivamente pesante che però viene abilmente controbilanciata da una buona dose di ironia, evidente soprattutto nel comportamento dei personaggi principali e di Kento in particolare, che spicca per il suo atteggiamento scanzonato e anticonformista in netto contrasto col suo ruolo di principe e difensore della Terra.
Le rivelazioni che si susseguono col procedere degli episodi determinano un netto mutamento del punto di vista su alcuni personaggi. Si viene così a sapere che il pacifico Impero di Helios in realtà basava la propria stabilità sull’utilizzo dei biodroidi, ovvero di cloni dell’imperatore e degli esponenti dell’elite dominante, utilizzati per prelevare brutalmente gli organi eventualmente necessari all’”originale” umano. E nel caso di morte improvvisa dell’Imperatore, il biodroide prendeva il suo posto fino a che non fosse stato individuato un successore, dopodiché veniva eliminato e il nuovo imperatore insediato. Kloppen stesso non è altro che il biodroide del principe Harlin mentre Ormen è il biodroide dell’Imperatore Nishimura, padre di Harlin, a cui Ormen stesso e gli Akron si sono ribellati inizialmente proprio per opporsi a questo orrendo utilizzo dei cloni umani.
Con stupefacente anticipo sui tempi, la serie pone dunque degli interrogativi radicali relativamente alla clonazione umana e alla liceità di utilizzare dei cloni come banche di organi. Non solo, ma su un piano più strettamente esistenzialista, scende a indagare il significato di essere uomini ponendo la questione se i cloni siano esseri umani a tutti gli effetti. La risposta è nettamente affermativa perché l’umanità non è un marchio di fabbrica ma si misura sulla base della dedizione a ideali positivi come giustizia, compassione, sacrificio e amicizia, accessibili anche al cuore di un biodroide. Perfino Kloppen, sconvolto dalla rivelazione di essere un clone, andrà incontro a una profonda crisi di identità finendo per decidere di schierarsi al fianco di Harlin contro Ormen, convinto proprio dalla forza di volontà di Kento.
Dopo qualche episodio necessario per familiarizzare con i personaggi principali e sintonizzarsi sul ritmo della storia, Riccardo ha accolto questo nuovo robottone con grande entusiasmo, affascinato da Beralios e dalla Spada Infuocata con cui Daltanious infliggeva il colpo di grazia ai robot nemici. Però man mano che la storia procedeva si è fatto incuriosire anche dal destino di Kento e dall’origine di Kloppen e di Ormen, che ha fornito l’occasione per parlare per la prima volta di clonazione. Il suo beniamino era il piccolo Manabu, un geniale orfano che assisteva il dottor Earl nei suoi esperimenti e nella gestione della base. D’altra parte quale bambino non sogna di poter “giocare” coi comandi di una vera base spaziale dalla tecnologia futuristica?

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